La Danza dei Panini di Charlie Chaplin: Un'Analisi del Significato

Tra i grandi registi che hanno elevato il film a espressione artistica, a opera creativa di alto valore estetico, vi è sicuramente Charlie Chaplin, per il quale l’appellativo di genio rischia di apparire riduttivo. Bisogna premettere che la sua grandezza è legata essenzialmente al cinema muto il quale, per la sua stessa natura, riponeva tutta la sua forza espressiva esclusivamente nell’immagine.

Il Cinema Muto e l'Importanza dell'Immagine

Infatti, mentre il primo è il regno dell’immagine, il teatro è il regno della parola. L’importanza dell’immagine è un aspetto fondamentale che ad esempio distingue il cinema dal teatro. La parola ha semplicemente la funzione di chiarire il significato delle sequenze del film in maniera rapida evitando l’impiego di noiosi passaggi di raccordo.

Nelle sue pellicole mute Chaplin era riuscito a trasformare quello che alcuni ritenevano un limite del film - l’incapacità di rendere il suono - in una qualità, in un pregio. La supremazia che giustamente Chaplin accordava all’immagine veniva messa in discussione dall’elemento sonoro che poco aveva a che fare con un’arte visiva come il cinema.

13/100 - Scene indimenticabili 1 - LA FEBBRE DELL'ORO (The Gold Rush) - 1925 - di Charles Chaplin -

La Danza dei Panini: Un Esempio di Pantomima

Nei film di Chaplin al linguaggio si sostituisce in genere la pantomima. Egli non dice d’esser contento perché alcune ragazze verranno a trovarlo, ma esegue la danza silenziosa in cui due panini infilati sulle forchette si muovono come gambe sul tavolo (La febbre dell’oro). La concretezza delle immagini di Chaplin vale più di mille parole. Il cinema è un’arte visiva e dovrebbe essere fondata sul valore delle immagini.

La Febbre dell'Oro: Un Capolavoro di Chaplin

Altro culmine dell’arte di Chaplin è La febbre dell’oro, (1925). La descrizione della fame che attanaglia il protagonista non è ottenuta banalmente mostrando il contrasto tra il pasto di un ricco e quello di un povero. Una scena che è passata alla storia del cinema è quella in cui Charlot mangia uno stivale con grande eleganza. Si utilizza una similitudine, inesistente nella realtà, tra il cibo gustoso e uno stivale sporco. Arrotola i lacci come se fossero spaghetti, succhiando i chiodi che tengono attaccata la suola allo scarpone come fossero ossi di pollo.

Il personaggio del povero vagabondo questa volta si trova in Alaska, terra di cercatori d’oro, dove patisce il freddo, la fame e la solitudine. Dopo aver atteso invano Georgia e le sue amiche durante la notte di Capodanno che ha organizzato in casa, si addormenta e sogna l’arrivo delle ragazze, per le quali improvvisa la famosissima danza sul tavolo.

La Musica e la Pantomima

Del resto ricordiamo che Chaplin era anche un musicista. Quando a partire dal 1927 con l’uscita de Il cantante di Jazz il cinema “scoprì” il sonoro, Chaplin continuò con la pantomima firmando le colonne sonore di capolavori come City Lights (1931) e Modern Times (1936), elaborando un nuovo linguaggio che attingeva all’uso onomatopeico del suono, sincronizzando meticolosamente alle immagini i suoi accompagnamenti musicali.

Come scrisse nella sua autobiografia, l’attore cercava sempre di comporre «musica romantica ed elegante, che fosse in contrasto con il personaggio vagabondo; un contrappunto di grazia e delicatezza, che esprimesse sentimento».

Charlot: L'Eroe del Cinema Muto

Nel 1936, con Tempi moderni, il Vagabondo Charlot, eroe del cinema muto, recita il suo canto del cigno. Dal posteriore silenzio emergerà l'attore e regista Charles Chaplin costretto all'evoluzione dei tempi, per forza distaccato da quell'arte, senza dimenticarla. In Luci della ribalta ci tornerà sopra guidato dalla memoria e dalla nostalgia: Charlot non c'è più, c'è Calvero, il vecchio attore che rende l'ultimo omaggio a Charlie, monello senza patria; alla comicità degli anni Dieci, Venti.

Il Segreto dell'Arte di Chaplin

Chaplin scrisse che il segreto dell'arte sta nell'energia ed egli la cercava nel silenzio di una stanza spoglia per molte ore o per giorni interi. Questo gli permetteva, subito dopo, un'ostinazione senza pari nel girare le scene trenta, cinquanta volte; cento volte nel caso del bacio di Adolphe Menjou in La donna di Parigi. Il suo perfezionismo, alleato a un'inventiva che non ammetteva soste, permise negli anni vari miracoli.

Un gomitolo composto di tanti fattori: così si presentano i primi venti anni della vita di Charles Chaplin che confluiscono nel personaggio del Vagabondo. Frequentazione saltuaria delle scuole elementari, analfabetismo strisciante fino alla giovinezza, il padre che forma un'altra famiglia e non dà soldi, che spesso sparisce e muore quando Charles ha solo quattordici anni, la madre amata che entra ed esce dal manicomio, la solitudine di un ragazzino sballottato tra collegi e ricoveri di mendicità, molte volte senza un luogo dove andare a dormire.

L'Influenza del Music Hall

Centro e palcoscenico di un'esistenza randagia e zeppa di colpi di scena, le luci del music hall che nei primi decenni del secolo era diventato la principale attrazione popolare in Inghilterra, in Europa e in America. Molti dai quartieri disgraziati sognavano di trasformarsi in cantanti, fantasisti o attori. Così fu per il padre e per la madre di Charles.

Chaplin regala a Charlot e ai suoi comprimari o comparse persino la follia e le caratteristiche di fantasista della madre, si ricorda dei mendicanti che dormivano lungo i lati del Ritz o, come Charles bambino, all'ospizio di mendicità. La parte di sangue ebraico, in lui più che probabile ("no, io non sono ebreo... ma sono sicuro di avere un po' di sangue ebreo"), sembrava dettare alcuni fondamenti del personaggio che pare incrociarsi con elementi dell'umorismo yiddish: ecco il debole umiliato, salvo nella comicità e nella fuga; attraversa perennemente le strade, la città e il mondo perché non appartiene a nessuna terra e ha il dono di dimenticare il tempo. Eccolo adorare la bellezza e l'innocenza, aspirare a una vita di sola gioia e amore.

Il Vagabondo: Allegoria e Sintesi dell'Artista

Nel febbraio del 1914 faceva il suo ingresso in scena, in due comiche della Keystone, Charlie, ovvero Charlot per la Francia e l'Italia. "Charlie the kid" lo chiamò in seguito Sergej M. Ejzenštejn, cioè il monello che percepisce la miseria della vita con la libertà di un'allegria propria solo del mondo infantile. Charlie the kid di tutto si fa beffe, esprime anche buoni sentimenti ma il mondo degli adulti lo respinge continuamente, è privo di contenuti morali o moralistici perché possiede, come un elisir mozartiano, l'assoluta leggerezza e l'assoluta libertà: Charlot il Vagabondo è dunque l'eterno puer, allegoria e sintesi dell'artista che si produce in una perpetua pantomima della propria creatività dove confluiscono i più svariati intrecci.

L'Insignificanza del Reale e l'Arte di Chaplin

Le difficoltà e gli attriti di Charlot con il mondo degli oggetti costituiscono una delle istanze principali della comicità chapliniana analizzata da André Bazin: “Sembra che gli oggetti accettino di aiutare Charlot solo al margine del senso che la società aveva loro assegnato. Il più bell'esempio di queste sfasature è la famosa danza dei panini in cui la complicità dell'oggetto esplode in una coreografia gratuita”.

In conclusione, la danza dei panini è una delle scene più iconiche e significative dell'opera di Charlie Chaplin, che incarna perfettamente la sua capacità di trasformare la semplicità in arte e di comunicare emozioni profonde attraverso il linguaggio universale della pantomima.

tags: #danza #dei #panini #chaplin