La Cultura Come Marmellata: Un Viaggio Tra Tradizione, Globalizzazione e Identità

Davvero per essere moderni bisogna ripudiare l’antico? Perché mai certi artisti, come Michel Houellebecq, si mostrano insofferenti all’ascolto dei classici che pure hanno plasmato il nostro modo di essere? Certo, oggi, la novità prevale sulla tradizione; e la curiosità cede alla “brama totalitaria di futuro” per titillare il pubblico, anche a rischio di nutrire il nichilismo di individui che, privi di radici e di memoria, cadono in balia di una vita senza senso.

Eppure, dev’essere successo qualcosa di irreversibile per accettare la tabula rasa dei classici, come se fossero incomprensibili o non pervenuti. Ma cosa? Per chiarirlo, Marina Valensise propone un viaggio a tappe nel paesaggio moderno dell’antico, attraverso artisti, poeti, drammaturghi, musicisti e scrittori, testimoni nel Novecento della vitalità del patrimonio classico come fonte di ispirazione per opere d’avanguardia.

Offre così il racconto dell’esperienza di personaggi straordinari ora afflitti dalla perdita di significato o irretiti dalla moda come Hofmannsthal, Cocteau, Picasso; ora attratti dalla solennità del dramma antico come Stravinskij o persi nell’epos della guerra mondiale come l’ucraina Rachel Bespaloff e il calabrese Alvaro; pronti come Montherlant a penetrare il desiderio femminile o a ritrovare come Camus la luce della tragedia greca contro il buio del totalitarismo; oppure addirittura costretti, come Heiner Müller, a ricorrere al mito per parlare di stalinismo o disposti, come Sarah Kane, a farlo saltare in aria per esporlo alla pornografia del reale.

Tante voci originali che, col ritorno ai classici, hanno aperto nuove strade, offrendo a noi moderni lo strumento indispensabile per capire noi stessi e affrontare il mondo. Immersi come siamo in un mondo che si rivela ben più distopico di quello annunciato dei romanzi di fantascienza cinquant’anni fa, oggi scopriamo artisti convinti di poter tranquillamente fare a meno dei classici e dei capolavori del mondo antico, di ignorare gli eroi di Omero, i versi di Esiodo, i drammi di Eschilo, la poesia di Sofocle, la freddezza di Euripide, per non parlare dei romani, della lussuria infernale del teatro di Seneca con le sue perverse deviazioni di epoca neroniana.

Un viaggio inaspettato, in nome del ritorno ai classici, nell’arte e nelle idee del Novecento, passando dalla sperimentazione ludica dell’avanguardia alla sopravvivenza di fronte alle tragedie della storia d’Europa.

Processo contraddittorioDa un po’ di tempo a questa parte, per designare il fenomeno della universalizzazione della storia (che ha peraltro le sue lontane radici nella Rivoluzione francese), della interdipendenza degli Stati e delle economie, della liberalizzazione degli scambi, si ricorre al termine di “globalizzazione”.

La realtà che il termine vuole indicare non è del tutto nuova e mantiene soprattutto un ampio margine di ambiguità. Con esso viene infatti definito non un fenomeno dai contorni precisi, ma l’esito mutevole di un processo di deregolamentazione economica e finanziaria, di sviluppo delle tecnologie dei trasporti e della comunicazione, di omologazione dei consumi, che conduce al declino delle culture nazionali (degli Stati-nazione costituitisi nell’epoca moderna).

Questo movimento, anche se appare irresistibile e irreversibile, come abbiamo detto, presenta tuttavia aspetti contraddittori: se incrementa la circolazione dei beni e delle persone, eclissa al medesimo tempo i centri di produzione dei valori; se, in una certa misura e in certi ambiti, favorisce l’omogeneizzazione dei comportamenti, si accompagna anche alla frantumazione delle identità culturali attraverso le derive etniche e religiose, e cioè attraverso un nuovo, discutibile ritorno alle radici.

Di fronte a tali ambiguità, la domanda che ci facciamo è se esista, o addirittura se possa esistere, una cultura globale e, comunque, quali siano gli effetti indotti dai processi di globalizzazione economica sui modelli culturali da essi investiti. Prima di affrontare la questione (sulla quale peraltro siamo in grado di offrire soltanto limitati spunti di riflessione), si rendono però necessarie alcune precisazioni di ordine terminologico.

Precisazione dei Termini Chiave

Per comprendere appieno l'impatto della globalizzazione sulla cultura, è fondamentale definire accuratamente alcuni termini chiave.

Cultura

Innanzitutto, parlando di culture intendiamo riferirci a quei complessi di principi e di valori che, essendo largamente condivisi, hanno il potere di dar vita a comportamenti collettivi omogenei capaci di distinguere una comunità da un’altra. Una cultura, pertanto, è ciò che unisce tra loro i soggetti che in essa si riconoscono e che contemporaneamente li distingue da tutti gli altri. Una cultura dunque può essere considerata da un duplice punto di vista: da quello del suo potere coagulante oppure da quello del suo potere discriminante.

Globale, Mondiale e Internazionale

Sempre sotto l’aspetto terminologico, bisogna poi distinguere tra concetti che nel parlare comune vengono usati indistintamente, ma che indicano realtà tra loro assai differenti. Bisogna distinguere in particolare i termini globalizzazione, mondializzazione e internazionalizzazione. Mentre infatti la parola internazionalizzazione sottolinea la crescita dei rapporti e degli scambi tra gli Stati (internazionali), con la parola globalizzazione viene implicato anche un certo grado di integrazione funzionale fra attività diverse, che prende avvio da un’unica strategia e che produce una realtà economica, sociale o culturale nuova.

Per effetto di tale azione, i diversi tendono a fondersi e a cancellarsi in una sintesi inedita. Un’ultima distinzione da adottare è quella tra i termini “globale” e “mondiale”. Il primo andrebbe impiegato preferibilmente con riferimento ai fenomeni economici e tecnologici, mentre l’idea di mondializzazione andrebbe riservata allo specifico della cultura. Infatti la categoria “mondo” implica una visione universale, un universo simbolico specifico, anche se in grado di convivere con altre visioni del mondo e di stabilire con esse gerarchie, conflitti, accomodamenti.

Una cultura mondializzata non comporta di per sé l’uniformità di tutti. Produce invece dei modelli che fondano una nuova maniera di stare al mondo (“modernità-mondo”), nuovi valori e nuove legittimazioni che pretenderebbero di estendersi a tutti, ma che non è detto ci riescano. Esempio tipico sono le religioni, le quali, prefiggendosi la liberazione dell’uomo in quanto tale dai limiti della storia, sono per natura loro universalistiche. Non c’è religione che potenzialmente non si rivolga all’intera umanità. In nessun contesto come in quello delle religioni, i valori costitutivi di una comunità mostrano in modo così radicale la loro forza unificante e il loro potere di identificazione, anche attraverso la separazione da quelli che non li condividono (gli “infedeli”).

L'Uomo Della Globalizzazione: Identità Mobile e Frantumata

Non vi è dubbio che dal nuovo intreccio che lega insieme le diverse economie in un mercato mondiale competitivo derivino conseguenze importanti sui comportamenti degli individui e delle comunità, capaci di esercitare la loro influenza in tutti i campi della loro vita. Ciò appare inevitabile. Ma come avviene? Vediamo alcuni dei modi in cui tale influenza si manifesta.

È sotto gli occhi di tutti che la facilità degli scambi e degli spostamenti ha reso possibile e agevole la conoscenza di prodotti e di contesti culturali differenti dai propri, attraverso la diffusione su scala mondiale di particolarità legate a tradizioni nazionali e locali. Ciò ha avuto effetti di grande rilievo. Si pensi al superamento del colonialismo culturale (almeno nelle sue forme più radicali), alla nascita di letterature e di attività artistiche post-coloniali (con l’affermarsi talvolta di nuove e più subdole forme di colonialismo), all’emergere di un nuovo sincretismo culturale che ha attraversato tutta l’arte e la cultura di questo secolo (citiamo, a puro titolo di esempio, il cubismo, l’astrattismo, la letteratura “meticcia”), e via elencando.

Da questo fenomeno è discesa una maniera nuova di fare attività culturale. Adesso il prodotto letterario e artistico è per lo più concepito e destinato fin dal suo nascere a un mercato mondiale e supera i tradizionali microcosmi in cui tradizionalmente si collocava e ai quali faceva riferimento. Destinatario dell’opera letteraria, filosofica, scientifica, artistica non è più una comunità individuabile, ma il mondo.

Questo significa due cose: che la stessa comunità viene cambiata dal prodotto culturale, nel momento in cui lo consuma, e che l’unica legge che presiede all’attività culturale è la legge del campo specifico. Il prodotto culturale non si prefigge più di soddisfare una domanda, ma di crearla. Creando la domanda, dà vita a un uomo diverso. Cambia insomma radicalmente il legame che unisce la produzione culturale alla realtà sociale. L’intellettuale, lo scienziato, l’artista si sentono “mandatari dell’universale”. Con la vocazione a fondare un nuovo internazionalismo, danno vita anche a un nuovo particolarismo.

L’uomo, soprattutto quello che direttamente opera in contesti collegati con i processi di globalizzazione, è inoltre un uomo mobile. È un uomo che deve tenere conto di un quadro di fattori transnazionali, che oltrepassano cioè la sua società e che sono pertanto fuori della sua cultura originaria. È un uomo costretto a muoversi avanti e indietro tra differenti culture e a tener conto di diversi codici etici, di comportamento, linguistici…

L’uomo della globalizzazione è un uomo allo stesso tempo frantumato perché i vari mondi in cui entra ed esce (quello delle persone comuni, quello della tecnologia, quello della finanza…) sono collegati da relazioni non prevedibili in quanto soggette, come ha messo in luce Featherstone, a restrizioni e stimoli intrinseci (politici, informativi, ambientali). Frantumato ancora perché costretto a rinunciare ad un suo centro di elaborazione comportamentale.

Jacques Attali ha parlato in proposito di nuove figure sociali, di una nuova classe, che egli chiama “superclasse” (Liberal, n. 16), che sconfiggerà le vecchie élites. Sono ceti caratterizzati dalla mobilità, “possessori o creatori di rendite informatiche, capaci di disporre, anche per un breve tempo, di una conoscenza o di un know how unico (…). Essi non vogliono dirigere gli affari pubblici (la celebrità politica è per loro una maledizione). Amano creare, divertirsi, muoversi; non si preoccupano di lasciare ricchezze o potere ai loro figli: ognuno per sé”.

La dislocazione e la frammentazione della produzione, la diffusione mondiale della informazione in tempo reale contribuiscono al superamento delle culture locali, ma quello che prende il loro posto sono spesso sottoculture, gravitanti sui comportamenti e sui consumi, incuranti del passato e indifferenti ai contesti ambientali nei quali si calano. Questi nuovi fenomeni spiegano la caduta e l’abbandono, che si osservano un po’ dappertutto, dei valori tradizionali.

Il Modello Americano

Ad uscire definitivamente vincitore nel mondo è il modello di vita e di “progresso” dell’Occidente. O, più brutalmente, il modello di vita e di “progresso” americano. Esso deborda dal bacino dove originariamente si è sviluppato per affermarsi con le stesse caratteristiche di necessità ovunque, un po’ alla stregua di una nuova religione.

Anche le vicende degli ex paesi socialisti sembrano testimoniare che al di sopra del capitalismo non è rimasto niente. E delle diverse forme di capitalismo ad affermarsi pare essere quella più individualista del liberismo.

I modelli di successo e di benessere che muovono le società occidentali, quella americana in particolare, diventano i modelli buoni anche per il resto del mondo. La strada attraverso la quale i valori dell’Occidente vengono diffusi è la internazionalizzazione degli scambi commerciali. Esportando telefilm, Coca Cola, jeans… gli “occidentali” esportano i loro modelli di vita, la loro lingua (inglese), la loro cultura.

Tutti devono consumare la stessa cosa sotto qualsiasi cielo, ma tutti la devono consumare per conto proprio. Ancora una volta, emerge la caratteristica di fondo dei processi di mondializzazione della cultura: al massimo della uniformità corrisponde il massimo della frammentazione.

Contraddizioni e Sfide Della Mondializzazione

Ma le antinomie non si fermano qui. Si infrange il collegamento tra creatività e produzione culturale. Il “made in Italy” viene prodotto nel Sud Est asiatico o in Romania. Le campagne pubblicitarie diffuse in Europa vengono create in Giappone. Le mode culturali vengono importate da altri paesi, in primis dagli Stati Uniti: capita così che in Italia deve avere successo quello che lì ha avuto successo (l’80% dei film proiettati in Italia, per esempio, viene prodotto a Hollywood). La televisione diffonde interi programmi parlati in inglese.

La universalizzazione cancella i riferimenti simbolici specifici. Cancella la funzione della memoria come archivio che influisce nella definizione del presente. I materiali utilizzati nel processo di mondializzazione vengono avulsi dal luogo e dal tempo che li ha prodotti. Così devitalizzati, essi sono destinati ad essere buoni in qualsiasi luogo e qualsiasi tempo. Il non luogo e il non tempo diventano un luogo e un tempo. Si pensi in architettura alle accozzaglie proposte dallo stile detto postmoderno, così diverse dal “simplegma” medievale.

Caratteristica fondamentale della mondializzazione diventa invece la “mobilità” (si può spostare un tempio cinese e collocarlo nel cuore di Manhattan). Muore l’utopia come motore della storia e quindi muore la speranza che nasce da una visione ideale del mondo. Il risultato della mondializzazione spesso comporta la creazione di prodotti e di comportamenti falsi perché avulsi dalla radice da cui sono a loro tempo emanati.

Infine, la mondializzazione è centripeta, mentre la democrazia si fonda sul rispetto delle autonomie e quindi del decentramento (Ortiz).

È Possibile Una Cultura Globale?

È proprio il persistere, senza che se ne intraveda il declino, delle antinomie di cui abbiamo parlato (eterogeneo/omogeneo; frammentazione/unità), a rendere problematica la possibilità di una cultura globale. E a renderla soprattutto non auspicabile. Il mondo della globalizzazione ci appare, da una parte e per alcuni versi, omologato e, dall’altra, frantumato. Quali sono le radici di questa dicotomia?

La mobilità, l’omologazione dei comportamenti e dei consumi, i vincoli dell’economia e della finanza spingono (costringono?) a mettere continuamente tra parentesi la cultura di appartenenza. Il sistema economico postulato dai processi di globalizzazione, e il suo successo, presenta infatti un elevatissimo livello di astrattezza, che non può non entrare in conflitto con la società reale. Se un sistema deve andar bene per tutti, se deve riguardare tutti, le particolarità di ciascuno dovranno essere cancellate.

Economia Contro Cultura

Questa situazione può avere come conseguenze:

  • la perdita delle identità individuale e di gruppo accompagnate dalla necessità di reinventare una nuova identità compatibile e funzionale alla nuova situazione economica. Saremmo in presenza della “economizzazione” del mondo;
  • o, in alternativa, l’affermarsi di una ideologia culturalista.

Nella sostanza si tratta di due opposte letture dei processi di mondializzazione: globalizzazione intesa come fenomeno di astrazione economica oppure, all’opposto, come fenomeno culturale.

La Mondializzazione Economica

In base alla prima interpretazione, la mondializzazione economica viene vista, tra l’altro, come causa di flussi migratori e di reti transnazionali che favoriscono la deculturazione, e quindi la perdita di identità, di un vasto numero di persone di intere popolazioni.

Queste persone, o popolazioni, costrette a misurarsi con un contesto diverso da quello di origine (si pensi alla presenza africana in Europa), cercano di ritrovare la propria identità nel recupero delle loro appartenenze etniche e religiose e cioè con il riferimento a comportamenti che appaiono uguali a quelli delle loro comunità di origine, ma che sono in realtà completamente diversi. La ricomposizione etnica infatti si realizza prevalentemente a partire dai segni esteriori della religione perché la religione può fornire un codice quando la cultura è in crisi. Il fedele infatti può esibire dei segni (velo, barba, riti, ecc.) che sono le prove della sua appartenenza a una cultura. Ma la cultura nel nuovo contesto gli è negata.

Culturalismo, Un Inutile Pantheon

Sul fronte opposto, molti hanno indicato nel multiculturalismo (o semplicemente culturalismo) la risposta adeguata al fenomeno della globalizzazione economica, perché propugna la coesistenza di più culture dentro un unico disegno di sviluppo economico. È il salad bowl di cui parlano gli americani, in contrapposizione al melting pot. L’insalatiera, dove ogni componente mantiene la sua separata identità, al posto del vaso della marmellata dove tutto si amalgama. Ma neppure questa pare essere la soluzione giusta. Tutte le culture infatti vuol dire nessuna cultura.

Il multiculturalismo allora non è che un alibi. Nel suo nome le istituzioni economiche possono agire indisturbate a prescindere da qualsiasi presupposto culturale, fuori dal riferimento a qualsiasi quadro di valori. Il multiculturalismo ...

L'Etimologia di "Marmellata" e il Suo Legame con la Cultura

Ogni parola racconta una storia. Ce ne sono alcune però che non si accontentano e sono una vera e propria miniera di leggende. Una di queste è marmellata. Tanto è consueto e dolce incontrarla nella vita di tutti i giorni, quanto è suggestivo e sorprendente indagarne le origini. Cominciamo a vedere come nasce questa parola.

I maggiori dizionari etimologici concordano per farla risalire alla portoghese marmelada che significa confettura di marmelo che è la mela cotogna. Cerchiamo di essere precisi Questa paternità portoghese dal marmelo, che poi ha un nonno latino (melimelum) e un bisnonno greco (melimelon, composto da meli, miele e melon, mela) ci aiuta a capire che per secoli si indicava come marmellata solo quella che noi chiamiamo cotognata.

Nel linguaggio comune noi continuiamo a usarla per tutte le confetture preparate con qualunque frutto. Ma non è così. Marmellata, spiegano i vocabolari, è solo quella ottenuta esclusivamente con agrumi (limoni, arance, cedri, pompelmi). Tutte le altre, realizzate con qualsiasi tipo di frutta o perfino ortaggi, sono confetture.

Ma quanta ce ne vuole per ogni chilo di prodotto? E qui ci soccorre l’Unione europea che su queste cose ha idee precise: può dirsi marmellata se la frutta è almeno il 20% del prodotto, confettura (il 35%), confettura extra (il 45%). È tutto nella Direttiva 2001/113/CE del Consiglio, del 20 dicembre 2001. Anche l’etimologia di confettura è interessante. Viene dal verbo latino conficere (eseguire, compiere) e quindi confectura (preparazione). In pratica il nostro confetto non è altro che l’evoluzione italiana del participio passato di questo ricco verbo latino.

Qualche Elemento Storico

Secondo il prezioso sito saporie.com, quotidiano di informazione di cultura enogastronomica, il ricettario romano attribuito ad Apicio e risalente al IV-V secolo dopo Cristo, riporta che «già i Greci usavano bollire le mele cotogne insieme al miele, per addensare gli zuccheri contenuti e ricavarne una conserva».

Ai tempi di Roma antica la frutta veniva invece immersa in una mistura di vino passito, vino cotto, mosto o miele, mentre bisogna aspettare le crociate per assistere alla comparsa dello zucchero in Europa.

E Finalmente le Leggende

Ne riportiamo due, che vedono entrambe protagonista una regina. La prima è Caterina d’Aragona, prima moglie di Enrico VIII, che per lasciarla e sposare Anna Bolena avrebbe provocato lo scisma inglese dalla Chiesa cattolica di Roma. Caterina era nata nel 1485 ad Alcalá de Henares, una città a una trentina di chilometri da Madrid che nel 1547 avrebbe dato i natali allo straordinario creatore di Don Chisciotte, Miguel De Cervantes.

Leggenda vuole che Caterina soffrisse una acuta nostalgia per la sua calda terra spagnola e per mitigarla avrebbe inventato la marmellata di arance che ne conservava profumi e sapore. Protagonista della seconda storia è una discendente della potente famiglia fiorentina dei Medici: Maria, nata nel 1575, divenne regina di Francia nel 1600 sposando il re Enrico IV.

Poco dopo il suo trasferimento a Parigi una serie di malesseri convinsero i medici di corte a prescriverle una dieta di frutta, agrumi in particolare, ricchi di vitamina C. Ma come trasportare, all’epoca, agrumi dalla Sicilia alla Francia senza che marcissero nel lungo viaggio? Leggenda vuole che venissero preparate delle marmellate di questi agrumi destinate a «Maria ammalata». Se questa era l’etichetta, come dubitare che qualcuno abbia scritto per «Marie malade» e da qui a «marmelade» il passo è breve.

Il bello delle leggende é che non hanno bisogno di dimostrazioni, basta crederci. A maggior ragione su un terreno che si presta alle interpretazioni come l’etimologia. Dove studiosi serissimi passano anni a cercare le risposte più convincenti. E un esercito di profani, a cominciare da chi scrive, si divertono a scherzarci su. L’importante è non fare miscugli, che è il significato figurato, per lo più spregiativo, nel discorso corrente.

Per sapere invece come si fa una marmellata o una confettura, se avete la fortuna di avere delle nonne, chiedete a loro e avrete in regalo dei racconti sorprendenti.

Tradizione Inglese: Un Esempio di Cultura Viva

Quando pensiamo all’Inghilterra, oltre alla lingua inglese che è diventata il codice universale del mondo moderno, vengono subito in mente immagini di tradizione inglese: il tè delle cinque, la famiglia reale, i pub storici, i college di Oxford e Cambridge. Ma cosa significa davvero “tradizione inglese”? Tra tutte le tradizioni, il five o’clock tea è forse la più famosa. Imparare l’inglese significa anche comprendere queste sfumature culturali.

La famiglia reale inglese rappresenta una delle tradizioni più longeve e seguite al mondo. Un’altra tradizione fondamentale è quella del pub inglese. Le università inglesi sono simbolo di eccellenza accademica e parte integrante della tradizione. St. Ognuna di queste feste ha un linguaggio proprio, ricco di vocaboli specifici. La letteratura inglese è un pilastro della cultura mondiale.

Imparare la lingua senza cultura è sterile; conoscere la cultura senza lingua è incompleto. Il nostro metodo LRP & Use with Ease si fonda sull’uso reale della lingua, con attenzione agli aspetti culturali. La tradizione inglese non è solo storia o costume: è una parte viva del presente.

La cultura, come la marmellata, può essere vista come un insieme di ingredienti che, combinati, creano un'esperienza unica e distintiva. Tuttavia, nel contesto della globalizzazione, è essenziale preservare la diversità culturale e evitare che il "vaso della marmellata" diventi un'unica, omogenea massa indistinguibile.

🌍 LA GLOBALIZZAZIONE (cos'è, esempi, vantaggi e svantaggi, no global)

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