Siamo Fritti Lampedusa: Un Viaggio nei Sapori dell'Isola

Lampedusa, un'isola che più isola non si può, è una conchiglia ripiena di sapori, un diamante gastronomico incastonato in una distesa acquamarina. Prima che un punto ancor’oggi strategico del Mare nostrum, l’isola è una conchiglia ripiena di sapori, un diamante gastronomico incastonato in una distesa acquamarina. Pirati e saraceni, inglesi o borbonici, barconi o yacht, Lampedusa ne ha viste di tutti i colori. Infine, sapori di terre sicule con pennellate arabe, mischiati a quelli del mare locale. È terra brulla, finocchietti selvatici a profumarne l’aria, muretti a secco a recintare il nulla, coste a strapiombo contro calette sabbiose.

Uno dei ristoranti che incarna questa ricchezza culinaria è Siamo Fritti Gastronomia. Dopo esserti goduto Cala Calandra, vieni in questo ristorante che non si trova lontano. Se ti appassiona la cucina italiana, viao al ristorante Siamo Fritti Gastronomia. Diversi ospiti dicono che qui vengono serviti dei panini, calamari e arancini gustosi. È d'obbligo provare ottimi vino o cordiale mentre si va in questo locale. Gran parte degli utenti indica che qui il personale è piacevole. Questo posto garantisce ai suoi visitatori un professionale servizio. Una volta dentro, l'atmosfera è fichissima.

Lampedusa offre una varietà di ristoranti e locali dove gustare i sapori dell'isola:

  • Food Drink e Music al Dolce Vita: Vasta scelta di panini appetitosi e fritti stuzzicanti.
  • Bar Paradise: Un paradiso di sapori e cordialità.
  • La Bottega di Soleil: Salumeria ed enoteca per gli amanti del buon cibo e del buon vino.
  • C'Amuri: Panineria e creperia con amore e passione per il loro lavoro.
  • Paradiso Vista Mare: Cena al Saraceno: Cena di pesce con vista mare.
  • Oh Maaa!: Aperitivo con cocktails e taglieri sulla strada panoramica.
  • Azzurra: Trattoria pescheria arancineria.
  • Al Corallo Bianco: Ristorante pizzeria con specialità gustose.

Due sono i capisaldi del gusto nella maggiore delle isole Pelagie.

Gastronomia Martorana e Terranova da Bernardo: I Pilastri del Gusto Lampedusano

La prima è la gastronomia Martorana, la più amata dagli ‘mpidusani. È nel centro del paesone, in quella via Roma dove inizia e finisce la mondanità isolana. Entrare nel localino, lungo lungo e stretto, è un’esperienza devastante per ogni adepto della dieta, potrebbe mettere a dura prova qualunque morigeratezza alimentare. Qui, in bella mostra, un trionfo di rollè e pizzette, sfincione rosso (palermitano) e bianco (lampedusano), calamari ripieni, ravioli alla cernia, melanzane alla parmigiana. E poi ancora anellini alla siciliana, pane e panelle, panzerotti e croccanti e invitanti arancini al ragù, melanzane, prosciutto, quattro formaggi, spinaci, gamberetti e chi più ne ha più ne metta.

Secondo pilastro è una trattoria. Anzi la trattoria. Anche questa la preferita dai local per cene e cerimonie familiari. Terranova da Bernardo, questo il suo nome. È quasi nascosta in una via interna, lontana dalla “mondanità” portuale, non ha sbocco al mare e non gode della vista di cui godono decine di altri locali. Poi c’è polpo bollito, seppie al pomodoro e piselli, cous cous di verdure, una caponatina che è la fine del mondo, tonno sottolio fatto in casa e polpettine ittiche al sugo. E siamo solo all’inizio. Segue poi tanto pesce, sia accompagnato alle paste sia fiero e solo, grigliato e maritato con una fetta di limone e posto accanto a due ciuffi di insalata. Quindi: bucatini al tonno e finocchietto, maltagliati al ragù di cernia, spaghetti alla terranova con seppioline acciughe e capperi, spaghetti al pesto di pomodoro e mandorle con gamberetti, tonno alla piastra, pesce serra alla griglia, cernia alla siciliana. Ma soprattutto calamari ripieni e un super cous cous, accompagnato da cernia al pomodoro. Si finisce lieti e contenti, con una torta caprese da leccarsi i baffi o cannoli mignon e ravioli fritti ripieni di ricotta.

La cucina siciliana è stata influenzata da tutti i popoli con cui è venuta in contatto o da cui è stata dominata, sviluppando nei secoli una natura unica, scenografica e raffinatissima. Innanzitutto fu influenzata dai Greci che portarono l’olio, il vino, il miele e i dolci, e gli eccellenti cuochi siciliani venivano spesso invitati ad Atene, Sparta e Corinto dove la loro cucina fu molto apprezzata.

Dopo i Greci vennero i romani e portarono con loro molti ingredienti e la cucina del quinto quarto: molti piatti con le interiora di animale sono ancora presenti nella cucina siciliana, come le stigghiole e la meusa.

La vera rivoluzione nella cucina siciliana però la portarono gli arabi, con i limoni, gli aranci, la pasta, lo zafferano e le nuove tecniche di pesca. Profumi e spezie si avvicendarono e i dolci presero nuove forme ed ingredienti e si narra che una pasta al pesce fosse di gran moda all’epoca degli arabi in Sicilia: la pasta con le sarde. Si dice che gli arabi portarono anche il riso, poi commercializzato dagli spagnoli, anche se altre fonti dicono che il riso fu portato proprio dalla dominazione spagnola e che, a parte l’uso negli arancini e in pochi altri piatti, non ebbe grande successo sull’isola. Successo che ebbe invece il couscous portato sempre dagli arabi e che nel trapanese e nelle isole Egadi si usa fare con il pesce e con i crostacei, tra cui l’aragosta.

Poi arrivarono i normanni, che portarono la cipolla, la pasta frolla e alcune tecniche di cottura e soprattutto amministrarono e regolarono la pesca e facilitarono l’incontro tra la cucina popolare e la cucina “alta” dei signori.

La Spagna ebbe grande influenza nella cucina siciliana, soprattutto per quanto riguarda i dolci, i fritti e le impanature.

Sfincionelli palermitani: ricetta originale siciliana della versione street food dello sfincione

Immaginate di passeggiare per le strade di Palermo e le vie si riempiono dei profumi tipici, i colori e i suoni. Qualcosa però attirerà la vostra attenzione, o meglio il vostro palato sarà stuzzicato da un profumo irresistibile. Dalle panetterie, pizzerie e rosticcerie o anche nei chioschetti che vendono cibo di strada è doveroso provare uno street food tipico: lo sfincione palermitano. Una sofficissima focaccia che racchiude tutti gli ingredienti della magica Sicilia: sugo di pomodoro e abbondante caciocavallo fanno dello sfincione palermitano un irresistibile prodotto tipico! Un impasto molto soffice e molto gustoso. Merito del condimento che è la vera nota distintiva di questo lievitato! La pizza sta a Napoli esattamente come lo sfincione sta a Palermo, quindi se siete amanti della pizza scoprirete di essere amanti anche di questa prelibatezza...

Sfincione Palermitano

Lo sfincione, in siciliano sfinciuni o spinciuni, è un prodotto tipico che è stato inserito nella lista PAT (Prodotti Agroalimentari Tradizionali italiani). Quest’impasto sofficissimo viene dal greco, significa "spugna" e dal latino "spongia" e sta ad indicare proprio la sua incredibile morbidezza.

Ricetta dello Sfincione Palermitano

Per preparare lo sfincione palermitano cominciate dall’impasto. Lavorate l’impasto per almeno 10 minuti o fin quando non sarà completamente incordato al gancio. Poi versate anche 35 grammi di olio a filo 4 e lasciate andare ancora finché l’impasto non sarà nuovamente incordato e quindi l’olio sarà stato completamente assorbito. Infine unite il sale 5 mentre la planetaria è ancora in funzione. Intanto che l’impasto lievita occupatevi del condimento. Quindi mondate e affettate una cipolla 10, se preferite un sapore più delicato eliminate la parte verde interna. Versate la cipolla a rondelle in un tegame capiente insieme a 20 g di olio e stufate a fiamma molto bassa aggiungendo anche 50 grammi d’acqua 11. Aggiustate di sale e di pepe 13 e lasciate cuocere per 30 minuti, mescolando di tanto in tanto 14. Nel frattempo tagliate a cubetti il caciocavallo e tenete da parte 16. Ungete una teglia da 40x32 con 10 grammi d’olio 19. Aiutatevi con le dita per stenderlo accuratamente 22 distribuendo l’impasto su tutta la superficie. Lasciatelo lievitare ancora per 30 minuti sempre in forno spengo ma con la luce accesa 23. Versate poi il sugo di pomodoro, aiutandovi con un cucchiaio per distribuirlo per bene 25 e infine cospargete la superficie con l’origano ed il pangrattato tostato 26.

Lo sfincione palermitano si può conservare coperto in frigorifero per 2 giorni, prima di servirlo scaldatelo in forno per pochi minuti. Una volta cotto potrete anche congelarlo, l’importante è che sia completamente freddo. “Ho un problema: il tempo!” Se volete potete lasciare lievitare per una notte l’impasto in frigorifero, sempre coperto con pellicola. Il giorno dopo riprendete l’impasto e lasciatelo acclimatare per 2 ore prima di stenderlo in teglia.

Il Cibo come Memoria e Identità nella Letteratura Siciliana

In questi anni di letture e piccole nevrosi identitarie, la Sicilia si è dimostrata una patria letteraria regina, una terra abbondante, fertilissima. Brancati, Bufalino, Sciascia, Tomasi di Lampedusa, Verga, Consolo, Pirandello mi hanno raccontato il passato con la pazienza dei saggi. Il cibo è la via diretta per commuovere la memoria, e per raccontare la vita quotidiana: Ti mangio con gli occhi di Ferdinando Scianna è proprio questo - una collezione di memorie legate al cibo, alla tradizione del cibo in Sicilia.

Penso al venditore di panelle («panelle calde panelle») con cui si apre Il giorno della civetta di Sciascia; penso ai cannoli del dottor Pasquano e agli arancini di Montalbano; al cioccolato di Modica raccontato da Roberto Alajmo nel bellissimo L’arte di annacarsi.

«Come un’intera generazione sono venuto su a pane e panelle. Dal panellaro, specie la mattina, c’era sempre la coda, soprattutto di ragazzini che poi la mafalda se la mangiavano correndo sulla via della scuola o del lavoro con la bocca fumante e spalancata per non bruciarsi la lingua. Appena la ressa si disperdeva, Ciccio si metteva a tracolla con uno spago un tegamone d’alluminio pieno di panelle calde e andava a vendersele per il quartiere. Cavuri, cavuri, c’a carni su’!, gridava.

Scianna racconta la Sicilia servendosi sia della sua arte propria, la fotografia - di cui è maestro per il mondo intero - sia della letteratura: sue sono le fotografie raccolte nel volume, suoi i racconti che a queste si accompagnano. Dai fichi di Altofonte - ruci com’u zuccaru - alle fragoline di Ribera; dai gelsi neri - A st’ura t’arrifriscano! - ai carciofini selvatici. «Lo sfincione si mangia a gigantesche fettone, ancora caldo ma non troppo. Abbastanza perché affondando i denti nel pane lievitato, che dev’essere sofficissimo, si senta il morbido formaggio fresco fondersi con le cipolle e le sarde salate, inondandosi beati bocca, mento e naso di olio fritto e forti profumi. Ci sono poi i fanatici dello sfincione mangiato la mattina dopo, freddo e un poco irrigidito. Magari con il caffelatte.

La scena si sposta poi in un bar, luogo di incontro, chiacchiere e riflessioni. In questo spazio metafisico le vite dei cinque protagonisti si incrociano e ne viene fuori il tentativo di raccontare e spiegare la Sicilia e l’essere siciliani. “Come si può essere siciliano? Io che amo questa terra e i suoi abitanti, che porto negli occhi il colore del mare e l’odore degli agrumi e delle verdure, che amo i suoi cibi gustosi e ricchi, che conosco la gente di questa terra ho apprezzato molto questo allestimento. Infine, Goffredo Maria Bruno, Il Siciliano: geloso, possessivo, burbero, scaltro, ma pronto a recitare poesie alla propria donna.

La Sicilia ama il cinema e grazie alla sua bellezza e alle sue secolari contraddizioni è stata il set naturale di oltre trecento film dal 1913 ad oggi, tra cui diversi capolavori del cinema italiano e mondiale. “…se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi.”

Aragosta di Favignana

La frase che Tancredi (Alain Delon), rivolge a Don Fabrizio Salina (Burt Lancaster) nel film Il Gattopardo, di Luchino Visconti, Palma d’oro a Cannes nel 1963, riassume davvero lo spirito che ha permesso ai siciliani e alla loro cultura, di passare indenni mille dominazioni. Tra Favignana e Marettimo, nelle Isole Egadi, non ci sono solamente tonni ma forse le migliori aragoste del Mediterraneo. Infatti in queste isole e nel trapanese in generale è molto diffuso il couscous di pesce e il couscous di crostacei e aragosta. Le preparazioni sono simili ad una zuppa di pesce con l’aggiunta del couscous che viene preparato nella couscoussiera.

Ricetta del Couscous di Aragosta

PREPARAZIONE: In una casseruola fare soffriggere nell’olio la cipolla tritata e il prezzemolo. Quando la cipolla è dorata, aggiungere il concentrato di pomodoro e allungarlo con l’acqua. Tagliare l’aragosta in due e poi in quattro, immergerla nel brodo quando è pronto e fare cuocere a fuoco lento per circa due ore.

Mettere l’acqua a bollire e nel frattempo spezzare gli spaghetti (n. 3 o 4) in pezzi di circa un centimetro. Per chi volesse farsi un trailer fai da te su Stromboli, Respiro, Il Gattopardo sul tema alimentare proponiamo questo gioco, dando le indicazioni di entrata e di uscita dai film.

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