Sei immerso in scadenze, impegni e obiettivi da raggiungere: quand’è stata l’ultima volta che hai seguito i tuoi desideri?
Tutti lo sanno, nessuno lo ammette: la routine di coppia spegne il desiderio e proietta lo sguardo altrove. Sono sempre di più le coppie che si interrogano sui segreti della relazione perfetta e i single che cercano di affinare le loro tecniche di seduzione.
La "sindrome del terzo panino" è una locuzione che, pur non essendo riconosciuta in ambito medico o psicologico, evoca una sensazione ben precisa: quella di sentirsi superflui, meno amati o considerati rispetto ai fratelli maggiori. Questa metafora, resa popolare dal libro e dallo spettacolo teatrale di Gianluca Marinangeli, affonda le radici nella "Legge dell'utilità marginale decrescente" applicata all'affetto genitoriale.
Origini e Significato della Metafora
L'espressione trae spunto dalla legge economica dell'utilità marginale decrescente. Immagina di avere molta fame e di ricevere un panino delizioso: il primo morso sarà un'esperienza estasiante. Un secondo panino, pur buono, non darà la stessa soddisfazione. Arrivati al terzo, la sensazione di piacere sarà notevolmente inferiore, se non del tutto assente.
Analogamente, secondo Marinangeli, l'amore dei genitori verso i figli potrebbe seguire un andamento simile: il primogenito riceve un'attenzione totale, il secondogenito ne beneficia in parte, mentre il terzogenito rischia di sentirsi "il panino in più", accolto ma non desiderato con la stessa intensità.
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La Sindrome del Terzo Panino nel Contesto Familiare
Questa "sindrome", sebbene non clinicamente definita, può avere un impatto significativo sullo sviluppo della personalità. Il terzogenito, percependo una minore attenzione, potrebbe sviluppare:
- Bassa autostima: Sentirsi meno importante può minare la fiducia in sé stessi.
- Ricerca di approvazione: Il bisogno di essere notato può spingere a comportamenti volti a ottenere l'attenzione degli altri.
- Senso di inadeguatezza: La convinzione di non essere all'altezza delle aspettative può generare ansia e frustrazione.
- Difficoltà nelle relazioni: La paura del rifiuto può ostacolare la costruzione di legami affettivi sani.
È importante sottolineare che non tutti i terzogeniti sviluppano questa "sindrome" e che l'amore genitoriale non è una risorsa limitata. Tuttavia, la consapevolezza di questa dinamica può aiutare i genitori a prestare maggiore attenzione alle esigenze emotive di tutti i figli, evitando disparità di trattamento che potrebbero generare malessere.

Oltre la Metafora: ARFID e Alimentazione Selettiva
La "sindrome del terzo panino" può essere accostata, per certi versi, a problematiche legate all'alimentazione, in particolare all'ARFID (Avoidant/Restrictive Food Intake Disorder) e all'alimentazione selettiva.
Alimentazione Selettiva: Cos'è?
L'alimentazione selettiva si manifesta con il consumo di una gamma ristretta di cibi preferiti e il rifiuto di assaggiarne di nuovi. I bambini con alimentazione selettiva spesso limitano la loro dieta a cinque o sei alimenti, prevalentemente carboidrati come pane, patate fritte o biscotti. Questo comportamento può essere legato a:
- Mancanza di interesse per il cibo: Assenza di appetito o disinteresse verso l'atto di mangiare.
- Sensorialità: Rifiuto di cibi con determinate caratteristiche sensoriali (aspetto, odore, sapore, consistenza, temperatura).
- Paura delle conseguenze: Timore di soffocamento, vomito, dolori addominali o reazioni allergiche.
Conseguenze dell'Alimentazione Selettiva
L'alimentazione selettiva può avere ripercussioni sulla salute fisica e psicologica, tra cui:
- Carenze nutrizionali: Ridotto apporto di vitamine, minerali, fibre e altri nutrienti essenziali.
- Problemi di peso: Sottopeso o, in alcuni casi, sovrappeso a causa dell'eccessivo consumo di alimenti altamente energetici.
- Difficoltà sociali: Esclusione da eventi sociali come feste di compleanno, gite scolastiche o cene di classe.
- Problemi emotivi: Ansia, depressione e difficoltà relazionali.

Il Ruolo dei Genitori
I comportamenti dei genitori possono influenzare l'alimentazione dei figli.
Un ruolo di primaria importanza nell’origine e mantenimento di pattern alimentari anomali sembrano svolgere alcuni comportamenti errati e maladattivi da parte dei genitori. Diversi studi, infatti, hanno messo in luce alcuni aspetti disfunzionali della relazione genitori-figlio che possono rendere difficili i processi di mutua regolazione e di autonomizzazione del bambino durante l’esperienza dell’alimentazione.
I ricercatori si sono spiegati questo fenomeno ipotizzando che le madri di questi bambini siano maggiormente permissive nel lasciarli consumare cibi appetibili ma poco sani, per compensare il basso introito di altri alimenti. Questa ricerca ha mostrato anche differenze nel comportamento materno di nutrimento: le madri dei bambini più esigenti esercitano una maggiore pressione a mangiare.
L’insistenza genitoriale però, oltre ad essere una reazione normale e comprensibile al rifiuto del bambino a mangiare, può avere anche un effetto controproducente sul bambino, abbassando il livello di divertimento e piacere associato al pasto; oltre a ciò la pressione da parte dei genitori a mangiare può generare ulteriore resistenza, portando i bambini a detestare proprio quei cibi.
Consigli Utili
È quindi importante che i genitori possano osservare, valutare lo stato emotivo del bambino e capire da quanto tempo è presente il comportamento che li preoccupa.
È utile invece includere una terza persona nell’offerta dei cibi ai bambini piccoli, rendendo possibile ai padri o ad altre persone della famiglia di entrare nel menage alimentare, introducendo modalità e dinamiche relazionali diverse.
L’ultimo consiglio dato da Russell e Worseley è di focalizzarsi sull’educazione alimentare più che sul mangiare; esplorare il cibo è infatti più facile quando è completamente slegato dall’alimentarsi. È importante parlare del cibo in termini di gusto, aroma, apparenza, consistenza, temperatura, suono, origine, prima che i bambini ne mettano un boccone in bocca. Più informazioni sanno, più coraggiosi saranno.
Anche il cucinare insieme può essere un’attività utile; se infatti l’obiettivo non è solo quello di far mangiare al bambino ciò che è stato preparato, può aiutare i figli a prendere maggiore confidenza e familiarità con gli alimenti.
Diabete e Alimentazione: Consigli Pratici
Ho il diabete tipo 2 da diversi anni. Sono ghiotta di pasta asciutta. È vero che posso mangiarla? Con quali porzioni?
Sì, la pasta può essere mangiata anche con il diabete di tipo 2, senza abbuffarsi. Sicuramente la porzione deve essere moderata e commisurata alla persona (età, costituzione fisica, attività fisica regolare o meno, condizione di salute e tolleranza al glucosio, parametri del diabete, etc), alla terapia in atto e al consumo energetico giornaliero.
Se si riesce a tenere i parametri di controllo entro le indicazioni del medico allora vuol dire che quello che si sta facendo va discretamente bene. In caso di dubbi oppure quando non si riesce a stare nei valori previsti consiglio di parlarne con il proprio medico o con un nutrizionista che ci possa seguire di persona.
Quale tipo di farine posso usare per fare il pane in casa, dato che sono diabetico?
Sicuramente sarebbe utile usare farine integrali di buona qualità. La invito a fare sempre attenzione alla quantità in quanto parliamo di prodotti con un alto contenuto di carboidrati. Verifichi anche in etichetta che la quota da farina integrale sia significativa e non una semplice aggiunta formale per poter definire l’alimento integrale.
La legge consente di chiamare integrali anche i cibi che sono preparati con farina raffinata e con una piccola quantità di farina integrale. Per capire se la quota di farina integrale è significativa deve leggere la lista ingredienti che per legge è scritta in ordine di quantità decrescente (dall’ingrediente più abbondate a quello meno abbondante).
La pasta di avena può avere proprietà diverse perché avena e frumento apportano sostanze diverse. L’avena, per esempio, è ricca di beta-glucani che sono molto utili. Il consiglio è di variare e di non mangiare sempre la stessa fonte alimentare.
In una revisione sistematica e una meta-analisi del 2015 (Nutrients 2015 Dec 10;7(12):10369-87), il consumo di avena è stato associato alla riduzione del rischio di malattie cardiache, diabete tipo 2 e obesità.
I risultati hanno evidenziato che il consumo abituale di avena può migliorare la glicemia a digiuno, riducendo i livelli di zucchero nel sangue e - nei soggetti che consumavano più avena - anche i livelli di glicemia post-prandiale. Si è evidenziato anche un miglioramento della sensibilità all’insulina, cioè la capacità dell’organismo di utilizzare l’ormone insulina per regolare i livelli di zucchero nel sangue.
Infine, il consumo di avena ha ridotto i livelli di colesterolo-LDL (“colesterolo cattivo”), contribuendo a ridurre il rischio di malattie cardiovascolari. Ovviamente questi effetti positivi dipendono dalla quantità e dalla frequenza di consumo, tenendo sempre conto che la dieta deve essere personalizzata per le esigenze di ogni paziente.
Buongiorno, quale tipo di pasta è consigliato per chi soffre di diabete?
A mio padre è appena stato diagnosticato il diabete e ha sempre mangiato molta pasta, il problema è che per lui è molto difficile rinunciare alla pasta.
Ho trovato delle paste per diabetici con IG 23, molto più basso della pasta di grano duro e di quella integrale, ma i costi sono molto alti, inoltre facciamo molta fatica a trovarla… vorrei sapere se ci sono tipi di pasta che andrebbero bene in questo caso, tipo quella di kamut… grazie.
La pasta con indice glicemico basso può essere molto utile. Anche la pasta preparata con farine di legumi può essere consumata. Spesso si trova anche on-line se nei supermercati di zona si fa fatica a reperirla. Si può in ogni caso provare a chiedere al gestore di ordinarla appositamente.
Come più volte sottolineato, è utile abituarsi progressivamente ad abbandonare la pasta raffinata per utilizzare la pasta integrale e abituarsi a moderare la quantità e la frequenza di consumo.
Alternare il cereale di partenza è una cosa benefica in termini salutistici e può aiutare un po’ nella gestione del diabete ma non è fondamentale per tenere sotto controllo la patologia. Per esempio si possono variare pasta di kamut, pasta di farro, pasta d’avena, pasta di grano saraceno, ecc. Sempre preferendo l’integrale.
L’aspetto negativo è che sono tutti prodotti il cui costo supera sempre quello della pasta di semola classica e che occorre trovare in un negozio adatto o in un buon supermercato che abbia ampia scelta. L’alternativa è fare ordini on-line.
Il pane nero al carbone vegetale può sostituire il pane normale. Non posso sbilanciarmi sulla quantità perché non conosco la sua situazione in maniera approfondita e non ho neanche la possibilità di stimare il suo consumo energetico giornaliero.
Essendo la pasta, qualsiasi essa sia, un alimento ricco di carboidrati occorre sempre e comunque tenere sotto controllo la quantità e non solo la qualità.
In termini di qualità si consiglia la pasta integrale e si sconsiglia il consumo abituale di pasta fatta con farina raffinata.
Alternare anche il cereale di partenza può essere utile: invece di mangiare sempre pasta di semola di frumento (integrale o non) si può consumare anche la pasta di farro, d’avena, di grano saraceno, ecc.
Purtroppo, non esiste una risposta univoca a questa domanda. Potrei dire che il pane integrale è meglio del raffinato come punteggio dell’indice glicemico ma quanto sia meglio dipende da quanto è integrale il pane e come è stato fatto.
Però il reale aumento della sua glicemia dipenderà da quanto ne mangia (carico glicemico) e non solo dall’indice glicemico dell’alimento.
Il mio consiglio è capire il senso di questo parametro e le corrette regole alimentari da seguire. Altra cosa fondamentale è tarare tutto sui reali fabbisogni personali. Per questo è meglio fare una consulenza con un professionista della nutrizione, altrimenti occorre approfondire bene questi meccanismi per poter scegliere cosa mangiare. Il solo valore dell’Indice Glicemico di un alimento è indicativo ma può non essere così determinante.
In generale comunque, vale per il pane ma per qualsiasi alimento, l’indice glicemico è più basso quanto più è basso il contenuto di carboidrati e quanto più è alto il contenuto di fibra alimentare. Poi in realtà il valore dipende anche dalle tecniche di produzione, dal metodo di cottura, e da tanti altri fattori.
Questa è la mia domanda: perché l’utilizzo della pasta o del pane anche in dosi non eccessive (80 grammi) mi porta sistematicamente a un notevole incremento della glicemia dopo circa quattro ore dal pranzo (intorno a 250); a differenza ad esempio delle patate che, nonostante abbiano un indice glicemico molto alto non mi danno creano problemi?
I livelli di glicemia non risentono solo dell’indice glicemico ma sono condizionati anche dal carico glicemico del pasto ossia dalla quantità totale di carboidrati che si assumono e dalla quantità di fibra alimentare e proteine del pasto che ne rallentano l’assorbimento. Perciò è possibile che Lei, mangiando patate stia assumendo meno carboidrati totali e più fibra che portano a un carico glicemico più basso rispetto agli 80 g di pasta.
Detto questo, spesso quando si ha a che fare con il corpo umano esistono risposte non attese secondo la teoria e per le quali, ad oggi, non conosciamo la risposta.
Indipendentemente dalla causa, La invito a trovare una soluzione per evitare gli eccessivi rialzi glicemici. Provi a capire le differenze che ci sono facendo alcune prove:
- assunzione di 80 g di pasta integrale invece che raffinata;
- assunzione di 80 g di pasta raffinata e/o integrale accompagnata da una porzione abbondante di verdure e/o una fonte proteica;
- assunzione di 80 g di FiberPasta. Una pasta specifica per diabetici con Indice Glicemico pari alla metà della pasta integrale In questo modo a parità di carboidrati assunti il rialzo glicemico dovrebbe essere minore;
- assunzione di 80 g di pasta di farro o di grano saraceno, senza glutine o preparata con farine di legumi. Con e/o senza verdure.
La condizione migliore è quella che non le fa aumentare troppo la glicemia e che le consente di non esagerare con il bolo di insulina sia per evitare un eccesso di ormone in sé, sia per evitare il rischio di ipoglicemia.

In condizioni di parità di assunzione di carboidrati, consiglio la pasta. Il pane è un prodotto da forno a temperatura più alta della pasta e questo porta a una maggiore alterazione nutrizionale dell’alimento con riduzione delle vitamine e formazione di sostanze meno genuine e alcune potenzialmente tossiche. Si può benissimo mangiare il pane ma non occorre cronicizzare un consumo poco adatto alla persona con diabete.
Non sono il pane o la pasta in sé a fare ingrassare ma le quantità, le porzioni che una persona ne consuma. È credenza comune che il consumo quotidiano di pasta e pane sia associato in modo inevitabile a un aumento del peso corporeo, e di conseguenza, quando si decide di intraprendere una dieta, spesso i primi alimenti a essere eliminati sono proprio pane e pasta.
Se osserviamo la piramide alimentare della dieta mediterranea, pasta e pane si trovano non più di 2 volte al giorno, in associazione a proteine, verdura e frutta.
Si, le patate si possono gustare in alternativa alla pasta e al pane. Da considerare che hanno un indice glicemico più elevato di pane e pasta perciò occorre prestare attenzione alla porzione consumata e alla frequenza di consumo ma saltuariamente si possono gustare in loro sostituzione. Meglio se bollite e fredde, perché così si abbassa il loro indice glicemico.
Rimedi alla Pesantezza di Stomaco
Contro la pesantezza di stomaco e il gonfiore addominale derivanti da eccessi alimentari occasionali o dalla presenza di una digestione lenta di tipo funzionale si può fare riferimento a un certo numero di rimedi naturali che, in molti casi, rientrano a tutti gli effetti nel gruppo dei "rimedi della nonna" e che prevedono l'assunzione di erbe, radici e spezie sotto forma di tisane e infusi o aggiunte a insalate, macedonie, centrifughe, spremute, brodi e zuppe per aumentarne la digeribilità.
Il finocchio, consumato come vegetale intero crudo o cotto o usato sotto forma di semi aromatici o estratti, è utile per prevenire e contrastare la cattiva digestione in modo efficace. Sulla base dell'esperienza pratica e degli studi clinici condotti, il finocchio viene abitualmente utilizzato per il trattamento di problemi digestivi associati a sensazione di gonfiore addominale, eruttazioni, meteorismo e flatulenza, nonché come trattamento coadiuvante il controllo dei sintomi della dispepsia funzionale.
Sempre rimanendo nell'ambito dei vegetali va ricordato il carciofo. Questa verdura è dotata di proprietà "colagoghe", ossia promuove la produzione degli acidi biliari e la loro liberazione nel primo tratto dell'intestino (duodeno), dove risultano indispensabili per la digestione e l'assorbimento dei grassi assunti con l'alimentazione. Grazie a questa azione, il carciofo previene e attenua la sensazione di pesantezza di stomaco e gonfiore addominale, le eruttazioni, l'acidità e il bruciore di stomaco. Benefici simili a quelli del carciofo contro la cattiva digestione sono offerti dal cardo mariano.
Un altro vegetale utile per stimolare il processo digestivo e contrastare il mal di stomaco associato a pesantezza e gonfiore dopi i pasti più abbondanti o comprendenti cibi grassi, elaborati o poco digeribili è lo zenzero. In aggiunta, questa radice è molto efficace nel contrastare la nausea e il vomito che possono insorgere quando si è sovraccaricato lo stomaco con troppi alimenti oppure durante episodi di mal d’auto, mal di mare o mal d’aria. In studi clinici condotti su modelli animali, lo zenzero ha dimostrato di possedere anche proprietà gastroprotettive che lo rendono adatto come trattamento coadiuvante contro i dolori allo stomaco caratteristici della gastrite e della gastroduodenite.
Altre erbe e spezie che, oltre a insaporire i cibi e a rendere la dieta più sana attraverso un minor impiego di sale e grassi, aiutano a contrastare la cattiva digestione sono la maggiorana, il timo, la menta, l'origano, la malva, il basilico e il rosmarino e l’anice.
La liquirizia esercita un'azione gastroprotettiva e anti-gastrite che sembra essere legata a un'attività antinfiammatoria diretta e alla sua capacità di stimolare la produzione di muco a livello della mucosa gastrica. L'unico inconveniente della liquirizia riguarda la tendenza a far aumentare la pressione arteriosa del suo principale componente attivo, l'acido gliciterrico, che la rende controindicata in chi soffre di ipertensione e malattie cardiovascolari in genere.
Quando la pesantezza di stomaco si associa ai classici sintomi della gastrite, dell'ulcera gastrica o del reflusso gastroesofageo, come acidità eccessiva, bruciore di stomaco e al centro del petto, crampi e dolori allo stomaco, per placare i disturbi si può ricorrere a rimedi naturali caratterizzati da un'azione calmante sulla mucosa gastrica, come infusi e tisane a base di camomilla, melissa e tiglio. Questi stessi rimedi naturali hanno anche un effetto rilassante e anti-stress a livello psicologico, permettendo così di contrastare anche un'altra frequente causa di dispepsia: l'ansia e il nervosismo. Inoltre, camomilla, melissa e tiglio (come anche passiflora e valeriana) facilitano il sonno notturno: un elemento indispensabile per supportare la salute di tutto il corpo e migliorare il processo digestivo.
Oltre ai rimedi naturali, per contrastare la pesantezza di stomaco e, più in generale, la dispepsia funzionale o legata a una ridotta motilità del tubo digerente, si può ricorre a farmaci procinetici che stimolano la peristalsi e lo svuotamento dello stomaco.