La vita e le opere di Florin Salam e di sua moglie

La figura di Florin Salam, noto artista, si intreccia con quella di sua moglie, creando un connubio di vite e opere che meritano di essere esplorate a fondo. Questo articolo si propone di analizzare la loro storia, le loro influenze artistiche e il loro impatto culturale, offrendo uno sguardo completo sul loro mondo.

Florin Salam

Un percorso artistico condiviso

La mostra, promossa dal Comune di Roma, Assessorato alle Politiche Culturali e dall'Azienda Speciale Palaexpo in collaborazione con la Regione Umbria e la Fondazione Albizzini - Collezione Burri di Città di Castello, è dedicata ad Alberto Burri, alla sua personale ricerca sulla "materia" e a quella di altri artisti, che ha caratterizzato e cambiato, in Europa come nel resto del mondo, l'arte dal secondo dopoguerra ad oggi.

La prima parte dell'esposizione sarà dedicata ad artisti che, contemporaneamente ad Alberto Burri, anche se con differenti approcci, hanno operato nella direzione di un profondo rinnovamento della pittura tradizionale, quali Antoni Tàpies, Jean Fautrier, Jean Dubuffet, Lucio Fontana, Cy Twombly, Franz Kline, Conrad Marca-Relli, Ben Nicholson.

La seconda parte della mostra presenterà artisti italiani e stranieri che dopo Burri hanno usato materiali non tradizionali nelle loro opere (dai detriti agli avanzi industriali a materiali organici e naturali), mutando radicalmente il volto dell'arte nella seconda metà del XX secolo.

Le Scuderie del Quirinale riuniscono per la prima volta quasi tutte le opere di Antonello da Messina, uno dei grandi maestri del Quattrocento italiano, in una mostra che si preannuncia come un evento di portata straordinaria.

Da Londra, da Washington, da New York, da Parigi, da Vienna, da Dresda, da Anversa, da tutti i principali musei del mondo, dalla Sicilia e da tutta Italia arrivano a Roma le Madonne, gli straordinari Ritratti, le Crocifissioni, il famosissimo ‘San Girolamo nel suo studio’ e tutte le preziosissime tavole che hanno creato la leggenda di questo grandissimo pittore siciliano.

Antonello da Messina

Della breve vita di Antonello ( 1430 circa - 1479 ) conosciamo molto poco.

Abbiamo congetture più che vere e proprie notizie e il terremoto di Messina del 1908 ha definitivamente distrutto la già scarsa documentazione d’archivio rimasta, insieme ad almeno una sua opera importante.

Certo è che intorno alla metà del Quattrocento emerge improvvisamente, in una situazione senza grande tradizione artistica locale, come un protagonista indiscusso dell’arte del suo tempo.

Ha una bottega a carattere familiare, l’unica di prestigio, all’epoca, fra Napoli e Palermo e produce soprattutto gonfaloni per confraternite, altari di chiese e conventi fastosamente concepiti ma anche ritratti, minuscoli, folgoranti, ritratti di straordinaria novità di stile, la cui fama arriverà a Venezia come a Milano.

Sarà questa fama a portarlo a Venezia - per un periodo di due anni o forse meno, quasi sul finire della sua non lunga esistenza - per lavorare strenuamente ad opere pubbliche e private che lasceranno un segno indelebile della sua grandezza, e del suo straordinario talento.

Tornato in Sicilia vi morirà dopo pochi anni, lasciandoci altri capolavori, tutti riconoscibili per quella felice sintesi tra luce e spazio e quel perfetto equilibrio tra vero naturale e bello ideale, fra cronaca e storia, fra arte nordica e arte italiana, che è il risultato più alto della sua pittura.

Nel 1953 una mostra raccolse per la prima volta a Messina meno di metà della sua produzione riconosciuta come indiscutibili o molto probabili originali.

Da allora nessuno ha mai tentato di raccogliere il maggior numero possibile di opere del grande e problematico artista, sparse come sono nei musei di tutto il mondo e tutte di estrema fragilità.

D’altro canto, sono enormemente progrediti gli studi, le ipotesi, i tentativi di ricostruzione storica, le interpretazioni critiche.

L'influenza di Luigi Ghirri

LUIGI GHIRRI allo Studio Trisorio di Roma7 aprile - 30 maggio 2006 Venerdì 7 aprile alle ore 19.00, presso lo Studio Trisorio di Roma in Piazza del Fico, sarà inaugurata una mostra di fotografie di Luigi Ghirri intitolata Archivi della Memoria. I musei, luoghi che custodiscono e rivelano la memoria, sono sempre stati per Luigi Ghirri un ambito di grande suggestione oltre che un campo di sperimentazione privilegiato.

Attraverso la fotografia - intesa come processo di attivazione della memoria - Ghirri ricercava in questi spazi silenziosi l’essenza del concetto stesso di memoria.

Traducendo la situazione osservata in immagine, la volontà era infatti quella di “fissare” l’azione propria del guardare, intesa come possibilità di vedere all’interno degli oggetti e della loro storia per restituirli così trasfigurati alla nostra memoria più profonda.

A partire da un primo vintage print del 1973 dalla serie Diaframma 11, 1/125, luce naturale e da alcuni lavori degli anni Ottanta appartenenti alla serie Paesaggio Italiano, in cui fondamentale è la figura ripresa di schiena nell’atto del guardare, un insieme di opere, che rappresenta un pubblico in movimento, sottolinea l’attenzione non tanto per gli individui all’interno dello spazio quanto piuttosto per il loro essere tramite di un fenomeno percettivo.

A completare il discorso, opere fotografiche in totale assenza di persone, dove predominante è la staticità – come la Psiche del Museo Archeologico di Napoli – e in cui la fotografia coincide con la memoria stessa dell’oggetto fotografato, in un processo di totale astrazione che ha ben chiara la lezione del surrealismo.

Marco Cerutti e la rappresentazione di Tokyo

La galleria Angelart & Design è lieta di presentare Tokyo Blues, mostra personale di Marco Cerutti.

Per l'occasione, l'artista torinese esporrà una serie di nuovi lavori che vedono protagonista Tokyo.

La megalopoli giapponese è per Cerutti soprattutto una città "altra", un luogo alieno alla nostra cultura, più prossimo alle immagini della letteratura e del cinema, ma anche un modo per indagare le possibilità di una pittura realistica e fantastica insieme.

Marco Cerutti appartiene alla generazione cresciuta guardando i cartoni animati giapponesi.

Una generazione, che negli anni Novanta ha assistito alla manga invasion e che, ai tormentoni natalizi della Disney, preferisce forse i film animati di Katsuhiro Otomo (Akira) e di Masamune Shirow (Ghost in the Shell).

Logico, dunque, che dovendo scegliere un luogo ideale in cui ambientare le sue visioni Marco Cerutti abbia scelto proprio Tokyo, tanto più in quella versione notturna - vivificata dalla invasiva presenza d'insegne pubblicitarie - che è la stessa ammirata nelle immagini di Lost in translation, la fortunata pellicola di Sofia Coppola.

Nelle opere dell'artista torinese, la città diventa una presenza visivamente ingombrante, un caleidoscopio di luci e colori, dove si alternano le insegne delle grandi multinazionali, fino a comporre una seducente texture di pannelli al plasma e di schermi ai cristalli liquidi, dove ininterrottamente scorrono incomprensibili messaggi promozionali.

Questa città di luce, così diversa dalle austere capitali europee, ma tanto più simile alle altre megalopoli asiatiche (da Hong Kong a Taiwan, da Singapore a Kuala Lumpur, da Shenzhen a Bangkok), si trasforma, negli olii su tela di Cerutti, in un puro pretesto pittorico.

Le piazze, le strade, il traffico fluviale delle auto in coda, la folla apparentemente silenziosa, tutto, insomma, slitta in secondo piano per lasciare spazio all'apoteosi della illuminotecnica.

I colori sparati dalle insegne pubblicitarie prendono il sopravvento sulle quinte del cielo notturno e le forme e i contorni scivolano lentamente dal realismo di marca fotografica in una sinfonia astratta di codici e linguaggi cifrati.

Tokyo diventa allora ciò che Roland Barthes ne L'Impero dei segni definisce "l'agglomerato frusciante di una lingua sconosciuta".

Alberto Di Fabio e la visione dell'universo

La galleria Armory Arte Contemporanea inaugura il proprio nuovo spazio espositivo con un progetto di mostre curato da Angelo Capasso.

La galleria intende proporre il lavoro di giovani artisti e di artisti affermati del panorama corrente dell'arte contemporanea attraverso mostre rappresentative dei movimenti e del gusto corrente proposto dalla scena attuale, ponendo particolare attenzione al collezionismo locale e nazionale.

La mostra di Alberto Di Fabio è la prima tappa di questo percorso.

Alberto Di Fabio è uno degli artisti più promettenti del nuovo paesaggio della pittura italiana e internazionale.

"Le opere di Alberto Di Fabio hanno potenziato l'aspetto visionario dello sguardo da artista, tanto da generare una filosofia visiva senza forme, ovvero attraverso elementi che dobbiamo scrutare a lungo per dargli un nome.

L'Universo, e l'universalità delle forme che trovano espressione nel Cosmo, nelle opere bidimensionali di Di Fabio assume le sembianze di un iconografia organica fatta di cristalli, minerali, lastre di materiale lavico, rocce e paesaggi lunari che è difficile riconoscere nel nostro ambiente naturale, col quale condividono però delle profonde assonanze.

Federico Herrero, Nic Hess e l'arte nello spazio urbano

Muri di colore. Che sia pittura, nastri adesivi o stampe plotter non ha importanza.

Il visitatore si sentirà comunque avvolto dall'acceso cromatismo che accomuna due artisti differenti ma consentanei, che hanno deciso di decorare insieme la Galleria di Piazza San marco della Fondazione Bevilacqua La Masa.

Si tratta di Federico Herrero (Costa Rica 1978) e da Nic Hess (Zurigo 1968), giovani emergenti internazionali.

Ma la loro energia non resterà confinata nelle sale della galleria: il centro urbano verrà animato da gonfaloni dipinti appesi nei ponti e nelle facciate dei palazzi veneziani e sui muri di legno dei cantieri di lavoro, dati in gentile concessione dalla società Insula.

Una doppia esposizione, quindi, per la quale entrambi gli artisti hanno pensato opere inedite e realizzate apposta per i siti prescelti.

Camminare a Venezia è uno degli aspetti più ricchi e contraddittori della città: da una parte, chi vi abita e che non può spostarsi in modo diverso, se non usando i vaporetti.

Peraltro, proprio questo transitare forzatamente a piedi o sull'acqua aumenta il fascino della città anche da un punto di vista umano: a Venezia non si possono calcolare i tempi di percorrenza perché si incontra sempre almeno un amico.

L'esposizione Walls intende fare perdere un po' di tempo anche a guardare le decorazioni poste sui ponti e sulle facciate dei palazzi, così come sui grandi scatoloni che ospitano i cantieri.

Per chi non vive a Venezia, il camminarvi può significare l'angoscia di perdersi, il piacere di ritrovarsi, il gusto del labirinto e della continua scoperta; nella memoria, però, tutto si amalgama in un unico susseguirsi di fondamenta, canali e ponti.

Decorare ed evidenziare i cantieri della città come un elemento che non disturba ma, anzi, arricchisce la visita, significa anche riconoscere che siamo in una città vitalissima.

Dai cantieri medesimi emerge l'immagine di una città che non è affatto in decomposizione, ma al contrario in composizione continua, in restauro, in vivace ripensamento di se stessa.

FEDERICO HERRERO

La sua formazione ha abbracciato numerosi campi, da quello dell'architettura all'insegnamento per l'infanzia.

Ha comunque sempre dipinto, fin da piccolo, per poi assumere come riferimenti specifici la concezione dello spazio nei quadri di Sebastian Roberto Matta e, in secondo luogo, l'idea di animazione di uno spazio del messicano Gabriel Orozco.

Vincitore per la giovane arte della Biennale di Venezia di Harlad Szeemann, presente nel volume sulla pittura internazionale Vitamin P (Phaindon Press), Federico Herrero lavora direttamente sul muro, sul pavimento, sull'asfalto o più tradizionalmente su tela, creando ambienti in cui tutte queste modalità si amalgamano e si compenetrano.

Alcuni segni ricordano quelli della viabilità, come a evocare la strada e la sua capacità di dare alla pratica della pittura un carattere funzionale; altri nascono senza disegno né progetto, quasi come graffiti, tesi ad assecondare soprattutto le macchie di umidità o le imperfezioni preesistenti della superficie.

Le immagini si concentrano nei punti di asperità architetturale.

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