Il Significato di "Sandwich Man" e l'Universo Musicale di Paolo Conte

Paolo Conte, una figura iconica della musica italiana, continua a stupire e affascinare il suo pubblico con la sua originalità e il suo stile inconfondibile. Dopo un periodo di silenzio, il cantautore è tornato con nuove composizioni, dimostrando che la sua vena creativa è tutt'altro che esaurita.

Da più di 20 anni i dischi di Paolo Conte segnano imprecisamente il tempo, le sue uscite discografiche, i concerti, le apparizioni e i titoli si appiccicano agli anni e li significano, aiutano a ricordare, come orecchie alle pagine di un libro.

Il Ritorno di Paolo Conte con "Elegia"

Dopo un periodo in cui sembrava più interessato a rivisitare i suoi classici, Conte ha sorpreso tutti con l'uscita di "Elegia". Questo album segna un ritorno significativo per tre motivi principali: il ritorno dell'ispirazione, la ripresa dell'italiano come lingua espressiva e, soprattutto, il ritorno ai temi e alle atmosfere tipiche del primo Conte.

"Elegia" è un album sobrio, di riservata malinconia, fatto di arrangiamenti finissimi, appena accennati, schizzi impressionisti che domandano di essere ascoltati più volte: decifrare per essere soggiogati dal piacere, un baratto alquanto allettante.

Esemplari di un ritorno alle origini del cantautore piemontese sono le tracce che aprono e chiudono il disco.

Forse il modo migliore per presentare questo disco, o qualsiasi disco, di Paolo Conte sarebbe quello di nominarne semplicemente l’autore. “Elegia” è un disco di Paolo Conte. E’ questo il complesso volto artistico di Paolo Conte, che dal 5 novembre è tornato con un nuovo album di inediti, dopo ben 9 anni dal precedente.

E torna con il nuovo album, intitolato “Elegia”, ripresentando i due cardini del suo essere: si mostra “in continuo cambiamento” perchè ogni album è diverso dall’altro, e qui la preponderanza del pianoforte (spesso suonato a quattro mani) mette in risalto le parole, con la conseguenza di una comunicazione più intima e sentita con chi ascolta; ma “restando sempre lo stesso” perchè il personaggio è sempre quello ingenuo (per obbligo o necessità) dell’italiano del dopoguerra, con il bisogno di sognare per cominciare a ricostruire il proprio mondo, e di recuperare tanta ironia per affrontare il domani.

Lo Stile Inconfondibile di Paolo Conte: sono due gli amori di Conte: il jazz e le ritmiche autoctone sudamericane di origine spagnola. Quella habanera, che tanto scandalo aveva creato quando fece da sfondo alla “Carmen” di Bizet, e che tanti modi di muovere il corpo fece nascere nel nuovo continente (milonga, tango, rumba, ecc.).

Il tempo sembra immobilizzarsi nello straniamento scarno e rarefatto di “Chissà”, “Molto lontano”, “Sonno elefante”, perle del corpo centrale dell’opera.

Si riascolta Conte cantare su toni alti, quasi declamatori, ai confini del fuori registro: “Sandwich man” è grottescamente sublime, ritmo sostenuto, a metà tra un “Azzurro” e una “Topolino amaranto”.

"Bartali", con testo (Paolo Conte)

Analisi di "Sandwich Man"

In "Sandwich man", Conte esprime un eccentrico umorismo, dove un uomo si è seccato del sentimentalismo cinematrografico. In questa canzone, il protagonista afferma: "sento la mia vita che sta diventando un film / sì, ma l’ho già visto e non mi piace questo film".

Il brano si distingue per il suo ritmo sostenuto e per la voce di Conte che raggiunge toni alti, quasi declamatori, creando un effetto grottesco e sublime allo stesso tempo. Alcuni critici hanno notato somiglianze con brani come "Azzurro" e "Topolino amaranto", pur mantenendo la sua originalità unica.

Le Alcove di Paolo Conte: Un Viaggio Erotico e Letterario

Il canzoniere di Paolo Conte è ricco di riferimenti a luoghi che possono essere interpretati come "alcove", spazi intimi e spesso legati all'erotismo. Tuttavia, è interessante notare come questi luoghi raramente coincidano con il talamo domestico. Conte preferisce ambientare le sue storie d'amore in camere d'albergo, cinema, teatri e ristoranti.

Ma il posto che più di tutti si presta alla soddisfazione dell’eros è la stanza d’albergo, inaugurato dalla coppia di amanti ormai attempati, che hanno “casa e figli tutti e due”, protagonista del brano Luna di marmellata. In questa camera, che la donna si prepara ad abitare “come fosse una casa”, si consuma un amore fuori dalla routine, illuminato da una luna un po’ flaccida come i corpi dei due a cui è negata la poesia di una luna leopardiana.

Altro esempio significativo e originale è quello contenuto in Hesitation; originale perché la scena descritta non è visibile direttamente dato che si svolge nella stanza d’albergo attigua a quella del narratore. Uno spettacolo non visto ma intuito, di pomeriggio, […] al di là di una porta chiusa che dà in un’altra camera. Ci sono dei segnali elettrici, magnetici, che lasciano intuire che dall’altra parte c’è uno stato di esitazione tra un uomo e una donna. Chi ascolta, senza malizia, da dietro la porta, fa delle supposizioni, immagina perfino l’arredamento, la presenza viva, quasi teatrale, di un mazzo di rose. Tanti piccoli segnali che arrivano al di là di una porta chiusa, e di pomeriggio, insisto, perché il pomeriggio è il momento di massimo pathos della giornata, il momento dei demoni meridiani.

È importante sottolineare quanto quella porta chiusa, ispiratrice della storia narrata nel brano, sia nella vita reale motivo di fastidio più che di curiosità per Paolo Conte: «in certe camere d’albergo c’è sempre quella porta che comunica con un’altra camera. Mi disturba molto. Controllo sempre che sia ben chiusa. Oltre quella porta può esserci qualcuno con cui non vuoi necessariamente comunicare. Oltre quella porta, puoi immaginarti un sacco di cose. Poco importa quali. Ciò che importa è sapere che può esserci qualcuno là dietro… Molto più di una parete, quella porta mi dà noia perché non è una porta d’uscita bensì una porta di comunicazione, mentre tu non hai nessuna voglia di comunicare.

In un albergo di Parigi, invece, è ambientato un altro particolare incontro amoroso. Ad abbracciare gli amanti, questa volta, non c’è una triste e molle luna di marmellata, metafora di un amore surrogato per chi non può più concedersi una luna di miele, ma una più sensuale ed eccitante pioggia. All’alcova rappresentata dalla stanza d’albergo, quindi, corrispondono quasi sempre amori extraconiugali, da consumare inevitabilmente lontano dal proprio appartamento. È logico riscontrare come le donne di queste avventure siano diametralmente opposte alle mogli lasciate a casa con i figli.

Di sicuro altrettanto inusuali e originali appaiono gli episodi raccontati nei brani Dal loggione e Un fachiro al cinema, in cui l’alcova si identifica rispettivamente in un teatro e in una sala di proiezione. Paolo Conte ha descritto con dovizia di particolari, in un’intervista a Vincenzo Mollica, la storia illustrata nella prima delle due canzoni: «un uomo va nel loggione, e da lontano cerca di intravedere una bella donna di cui è invaghito, ma che è in compagnia del marito. Eccoci di nuovo davanti alla visione di uno spettatore che si gode, in questo caso, due spettacoli: quello che deve andare in scena e quello del gioco di sguardi tra due persone innamorate, o forse una soltanto lo è, non lo so. Anche qui, come altre volte, l’erotismo non è descritto totalmente dalle parole, è espresso, invece, dalla dialettica tra testo e musica, essenza stessa della canzone.

Sempre a Vincenzo Mollica in un’intervista finita nel libro Si sbagliava da professionisti Conte ha raccontato la storia messa in scena nel brano: «[è una] canzone dal testo cortissimo, dedicata a un tipo costretto a contorcersi sulla poltrona di una sala cinematografica perché anche qui c’è una donna che lo turba, una donna reale, seduta qualche fila davanti a lui. Mi è venuto bene il titolo, un po’ alla Flaiano. Mi fa venire in mente Un marziano a Roma, ma soprattutto le parole “fachiro” e “cinema” messe insieme mi sembra che funzionino, che facciano un po’ di show. Siamo di fronte all’unico caso, all’interno del canzoniere contiano, in cui l’alcova si sovrappone alla sala cinematografica.

Tornando per un attimo all’interno dell’albergo, è opportuno rilevare la presenza di un altro posto inatteso legato all’immaginario erotico di Paolo Conte: lo stanzino da bagno. Dai “bagni diurni” di Gelato al limon “che sono degli abissi di tiepidità” a quelli “turchi” di Blue Tangos, dal bagno “caldo” di Via con me all’acqua “fresca di un bagno” in Bella di giorno, dalle “tiepide docce” di Uomo camion al “pediluvio” di Colleghi trascurati, fino alle docce umanizzate in Nessuno mi ama (“cantavano le docce”).

È raro, però, che la sensualità venga espressa attraverso l’acqua di una doccia, immagine squisitamente contiana che «tende a collegare il piacere amoroso dell’acqua interna, umanizzata, del bagno, in opposizione alla fredda ostilità dell’acqua esterna e naturale della pioggia. […] Così, Paolo Conte dà un valore poetico alla quotidianità triviale della doccia. Ora l’autore «riesce a dare all’acqua della doccia una dimensione poetica, simbolica, quasi onirica; trasferisce il mito dell’acqua naturale, pura e purificatrice della fonte, della fontana, del fiume o del mare, all’acqua umanizzata della doccia e del bagno (a cui il qualificativo di “turco” ridà anche una connotazione da mito orientale).

Conte, finalmente! In Conte «questa dialettica è quasi sempre perfetta, senza che si possa mai privilegiare l’uno o l’altro elemento: esistono insieme, e il significato della canzone non sorge che dall’unione dei due movimenti contrari».

Così l’autore è capace di esprime le più minime sfumature dei sentimenti e delle sensazioni, riuscendo ormai con disinvoltura a cantare anche le virgolette o i puntini di sospensione.

Sempre a Vincenzo Mollica in un’intervista finita nel libro Si sbagliava da professionisti Conte ha raccontato la storia messa in scena nel brano: «[è una] canzone dal testo cortissimo, dedicata a un tipo costretto a contorcersi sulla poltrona di una sala cinematografica perché anche qui c’è una donna che lo turba, una donna reale, seduta qualche fila davanti a lui.

Mi è venuto bene il titolo, un po’ alla Flaiano.

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