Alessandra Dolci è un magistrato italiano noto per il suo impegno nella lotta alla criminalità organizzata, in particolare contro le infiltrazioni della 'ndrangheta nel nord Italia. Dal 2018 guida la Direzione Distrettuale Antimafia (DDA) di Milano, raccogliendo il testimone di figure storiche come Ilda Boccassini. La sua carriera, iniziata nel 1986, è segnata da coraggio, competenza e una visione strategica nella lotta contro la mafia.

Gli Inizi della Carriera
Alessandra Dolci è in magistratura dal 1986. Ha iniziato la sua carriera alla Procura della Repubblica di Monza, dove per i primi 10 anni si è occupata di indagini sulla corruzione. Questo le ha permesso di maturare un certo talento per i rapporti umani.
Racconta che a Monza durante il suo primo turno esterno da pubblico ministero, quando aveva 26 anni, la Polizia trovò sette chili e mezzo di esplosivo al plastico in capo a soggetti calabresi. Lei da giovane magistrato interrogò subito il proprietario dell’area in cui era stato trovato il bidone, ma mentre parlava con lei gli andò a fuoco casa. Quel processo finì perché tutti gli imputati furono vittima di due distinti agguati in una guerra tra famiglie.
L'Impegno nella Direzione Distrettuale Antimafia di Milano
Dal 2001, come Sostituto Procuratore della Repubblica della Direzione Distrettuale Antimafia di Milano, si è occupata di indagini in tema di criminalità organizzata, in particolare sulle infiltrazioni e collusioni della ‘ndrangheta in territorio lombardo. Dal 2011 ha seguito anche il settore delle Misure di Prevenzione.
Dal dicembre 2017 è Procuratore Aggiunto e dal 12 gennaio 2018 coordina l’Antimafia di Milano e l’ufficio Misure di Prevenzione. Tra le tante inchieste che continua ad affrontare ci sono anche quelle in campo ambientale, per contrastare quel triste spaccato d’Italia che non esita a cercare di lucrare sul traffico di rifiuti e sugli incendi agli impianti.
Su nomina del CSM, Alessandra Dolci è diventata coordinatrice della Direzione Distrettuale Antimafia, incarico che le ha dato modo di continuare l’attività di contrasto alla criminalità organizzata avviata negli anni precedenti. Vincitrice del premio Borsellino nel 2018, ha di fatto contrastato le infiltrazioni della ‘ndrangheta nella società e nell’economia lombarda.
La malavita calabrese “dal 2010 è cambiata molto - ha spiegato il procuratore aggiunto, coordinatore della Dda di Milano, Alessandra Dolci - Da allora non abbiamo più omicidi di ‘ndrangheta, hanno cambiato strategia”. Ora le contestazioni riguardano perlopiù “reati di natura economica e finanziaria”. Il concetto di base è che la ‘ndrangheta, in ambito economico-criminale, “fornisce una serie di servizi fuori mercato” ha spiegato il procuratore: “vi fanno capo piccole cooperative che non pagano le imposte, contributi pensionistici, e rendono servizi a imprese di medie e grande dimensioni e stanno sul mercato in regime di monopolio”. Si tratta di “evasori totali che restano in vita giusto il tempo di fuggire all’erario e dichiarano bancarotta, venendo poi sostituite da realtà uguali.
Il suo approccio alla mafia è chiaro: oggi non si tratta più di uomini con la coppola che sparano per il controllo del territorio, ma di organizzazioni che riciclano denaro, aprono società di comodo, emettono fatture false e si infiltrano negli appalti pubblici.
Secondo i dati emersi dalla ricerca presentata da Nando Dalla Chiesa e dalla sua squadra di ricrcatori, la Lombardia è la quinta regione per beni confiscati alla criminalità organizzata, tra i beni capita che ci siano aziende, si pone il problema dei posti di lavoro?
«Se lo è posto anche il legislatore, che nel testo unico ha previsto un fondo di garanzia per le imprese sequestrate al crimine organizzato. Da un lato la riemersione nella legalità costa, perché le aziende mafiose fanno concorrenza sleale con prezzi al di sotto del mercato e vivono per questo: ci si chiede se sia giusto che il costo della riemersione gravi sulla collettività. Dall’altro lato, però, la confisca delle aziende ha un significato anche simbolico: non può passare l’idea che dove arriva lo Stato si perdono posti di lavoro. Riadattare gli immobili confiscati per destinarli a fini sociali è impegnativo per i Comuni, ma ci sono begli esempi: a Rescaldina un ristorante confiscato alle ’ndrine ora è gestito da una cooperativa sociale che dà lavoro a persone con disabilità, fantastico».
L'Operazione "Infinito" e la Consapevolezza della 'Ndrangheta al Nord
Come Sostituto Procuratore della Repubblica della Direzione Distrettuale Antimafia di Milano si è occupata di indagini in tema di criminalità organizzata, tra le quali Infinito/Crimine, in coordinamento con l’Antimafia di Reggio Calabria, che nel luglio 2010 portò all’arresto di circa 300 appartenenti alla ‘ndrangheta.
Tra le inchieste più celebri coordinate da Dolci spicca “Crimine-Infinito”, operazione del 2010 che portò all’arresto di circa 300 esponenti della ’ndrangheta in Lombardia e Brianza, segnando una pietra miliare nella lotta alle mafie del Nord.
Il processo noto come “Infinito”, cui ha lavorato a lungo, ha dato ai cittadini coscienza della ’ndrangheta al Nord e a voi?
«Lo dico sentendomi piccola: dal punto di vista processuale rappresenta qualcosa di simile al maxiprocesso di Palermo per Cosa nostra. L’aver dimostrato che la ’ndrangheta è unitaria, anche se in modo diverso da Cosa nostra e non parcellizzata in ’ndrine separate, permette a chi fa i processi dopo “Infinito” di non dover provare ogni volta che chi appartiene al singolo “locale” di ’ndrangheta si avvale del metodo mafioso, basta provarne l’appartenenza. Le istituzioni non possono dire non sapevo, come facevano prima nonostante le indagini della Procura di Milano negli anni ’90.
L’antimafia delle istituzioni, dei magistrati, della polizia giudiziaria, ha fatto significativi passi in avanti, qui al Nord, a partire dall’indagine Infinito-Crimine, nel 2010.

La Mafia Oggi e le Sfide Attuali
Oggi è prevalente la dimensione economica delle mafie. La criminalità mafiosa si è adeguata alla criminalità economica, usando gli stessi modelli comportamentali. In sostanza risponde a una domanda diffusa di evasione fiscale, di conquista di fette di mercato in violazione delle regole della concorrenza.
Il fatto che le organizzazioni criminali si occupino di reati economici non significa che i mafiosi abbiano in assoluto rinunciato al ricorso alla violenza. Li ascoltiamo nelle intercettazioni dire che è meglio ridurla al minimo. Dicono che le pistole devono essere messe da parte, “e lo hanno capito anche i siciliani”. Ma questo non significa che abbiano perso la vis mafiosa, semplicemente vi ricorrono solo se e quando è assolutamente necessario.
C’è un processo di mimetizzazione: meno cerimonie di affiliazione o di conferimento delle “doti”. Lo dicono loro stessi, intercettati: “È meglio che non facciamo le mangiate, altrimenti ci danno il 416 bis”. E quelli che sono stati scarcerati dopo aver espiato la pena sono diventati tutti imprenditori, mentre quando li avevamo arrestati, anni fa, si occupavano di droga.
Settori preferiti, la logistica, la ristorazione e da ultimo è emerso il loro interesse per il mondo del calcio, il mondo ultrà.
La mafia di oggi si combatte contrastando i reati economici. Se le nuove regole indeboliscono le indagini, per esempio riducendo a 45 i giorni delle intercettazioni, è chiaro che questo non giova alle investigazioni anche sui reati di mafia.
È raro che venga contestato nelle indagini antimafia. Ma quello che pesa è il segnale che con queste riforme viene mandato: che non sono poi così rilevanti né socialmente riprovevoli i reati contro la pubblica amministrazione o quelli fiscali. Così vengono di fatto agevolate le mafie che sono riuscite a colonizzare il nostro territorio proprio perché hanno trovato terreno fertile, hanno offerto una serie di servizi a un mondo imprenditoriale già insofferente al rispetto delle regole minime di correttezza fiscale e del libero mercato.
Parlava di occupazione di settori economici, quali? «Oltre alla tradizionale edilizia: pulizie, logistica, ristorazione, rifiuti, giochi e scommesse ma soprattutto noi vediamo il proliferare di imprese che cercano in ogni modo di accaparrarsi finanziamenti a fondo perduto o con garanzia pubblica, o imprese - spesso cartiere - che creano fittizi crediti di imposta che poi mettono sul mercato. C’è un’economia “fuorilegge”, non criminale, ma fatta di imprenditori propensi a non rispettare le regole del libero mercato e della correttezza fiscale e ci sono professionisti borderline che aiutano questo modello economico.
Non è una super-mafia, è un’associazione che noi abbiamo qualificato di stampo mafioso e che secondo il Tribunale del riesame esprime una “mafiosità immanente”, con soggetti che fanno riferimento alle tre mafie tradizionali.
Le tre grandi aree di devianza del Paese, crimine organizzato, corruzione ed evasione, a Milano si sono sposate».
Ha detto che 8 volte su 10 in Lombardia sono gli imprenditori chiedere ai mafiosi, conferma? «Sì, c’è una domanda di mafia: è percepita come un’agenzia di servizi, che risolve problemi senza l’impiccio delle regole, fa impresa e rende prestazioni a prezzi inferiori a quelli di mercato. Il modello imprenditoriale è cambiato rispetto a 20-30 anni fa, molti servizi vengono esternalizzati e lì si inseriscono le infiltrazioni. Non a caso vediamo nascere e morire nel giro di 1-2 anni, in modo da sfuggire al controllo fiscale, società cooperative, che evadono del tutto o fanno indebita compensazione di crediti previdenziali con fittizi crediti Iva. Il meccanismo funziona così: un’impresa anche medio-grande, il committente, fa un contratto con una “società filtro”, la quale subappalta a queste cooperative, meri contenitori di manodopera a bassissimo costo non qualificata.
Tante imprese sono state “mangiate” dai mafiosi, chi li chiama non li teme? «Si illude di controllarli, ma non ce la fa. Le misure di prevenzione servono? «Spesso i prefetti sono il primo argine antimafia. La repressione non basta: mi capita di richiedere custodie cautelari per persone che hanno già scontato condanne per associazione mafiosa a seguito di miei procedimenti di anni prima.
L’usura in tempi di crisi è ancora un affare per le mafie? «Sì, perché è il modo più semplice di riciclare i proventi del traffico di droga.
Il Ruolo delle Donne e l'Importanza della Memoria
Milano è l'unica Dda che abbia visto fin qui due donne avvicendarsi al vertice, è stato complicato prendere il posto di una personalità forte e conosciuta come Ilda Boccassini?
«Sono legata a Ilda Boccassini da grande stima e amicizia, abbiamo vissuto anni di magnifica collaborazione in questo ufficio che ha ancora bisogno di contare sulla sua esperienza. È una successione nel segno della continuità, ma avverto la responsabilità, spero di essere all’altezza dei predecessori».
Ha figli? «No, ma penso ai figli degli altri: un Paese senza memoria non ha futuro».
Difficile dare fiducia ai cittadini? «No, ma è importante che capiscano che si deve remare tutti nella stessa direzione. La legalità è faticosa: significa chiedere lo scontrino all’idraulico invece che accordarsi per non pagare l’Iva; significa rispettare le regole del vivere civile, non solo il Codice penale: in questo Paese si va affermando l’idea che tutto ciò che è penalmente lecito sia eticamente corretto, non è così».
Alessandra Dolci non si limita a perseguire i criminali: è anche voce autorevole nel dibattito pubblico, invitando istituzioni e cittadini a comprendere la metamorfosi della mafia e a riconoscere i pericoli invisibili che attraversano l’economia milanese.
Succede di aver paura? «A me non è mai capitato, forse sono incosciente. Ma è vero che serve forte carica ideale per fare questo lavoro senza provare timore, io mi sento un po’ un soldato. Mi ripeto una citazione di Tacito: “Nel momento della prova ricordatevi di chi vi ha preceduto e pensate a chi verrà dopo di voi” (indica dietro la scrivania la foto di Falcone e Borsellino e l’elenco dei 27 magistrati italiani uccisi, ndr), per questo vado nelle scuole: se nessuno li racconta ai ragazzi, sono morti per niente».
In un mondo in cui la mafia ha cambiato volto, Alessandra Dolci resta il baluardo di chi crede nella legge, nell’ordine e nella giustizia come strumenti concreti per difendere la società dai poteri occulti.
Riconoscimenti
Premiata con il Premio Nazionale Paolo Borsellino per la Legalità, Alessandra Dolci rappresenta una continuità essenziale nella magistratura antimafia del Nord.

Tabella Riassuntiva della Carriera di Alessandra Dolci
| Anno | Evento |
|---|---|
| 1986 | Entra in magistratura |
| Procura della Repubblica di Monza | Si occupa di indagini sulla corruzione |
| 2001 | Sostituto Procuratore della Repubblica della Direzione Distrettuale Antimafia di Milano |
| 2010 | Coordina l'operazione "Crimine-Infinito" |
| 2017 | Procuratore Aggiunto |
| 2018 | Coordina l’Antimafia di Milano e l’ufficio Misure di Prevenzione |
| 2018 | Vincitrice del Premio Nazionale Paolo Borsellino per la Legalità |
Ndrangheta a Milano - Alessandra Dolci
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