Il Mistero del Panino Assassino: Una Storia Vera

La storia di Jean-Claude Romand è un racconto inquietante di menzogne, inganni e una tragica spirale di eventi che culminarono in un massacro familiare. Questo articolo esplora la vera storia dietro il libro "L'avversario" di Emmanuel Carrère, che narra la vicenda di Romand, un uomo che per anni ha vissuto una doppia vita basata su una colossale bugia.

Jean-Claude Romand

L'Inizio della Menzogna

Jean-Claude Romand sembrava il più normale degli uomini, ed era diventato uno spaventoso assassino. Forse non era qualcuno che aveva fatto qualcosa di agghiacciante, ma uno al quale era accaduto qualcosa di agghiacciante, vittima sventurata di forze demoniache. Emmanuel Carrère ricalcò i suoi passi, provando una straziante simpatia verso quell’uomo, che aveva errato senza meta, un anno dopo l’altro, chiuso nel suo assurdo segreto: un segreto che non poteva confidare a nessuno, e che nessuno doveva conoscere, pena la morte.

Jean-Claude Romand era stato un figlio unico, forse troppo coccolato dai genitori: giudizioso, calmo e ubbidiente. Non combinava mai guai: ispirava più stima che simpatia, ma non per questo veniva considerato infelice. Padre e madre gli avevano insegnato a non mentire: questo era un dogma assoluto; un Romand aveva una parola sola, un Romand doveva essere limpido e cristallino come l’acqua di fonte.

Quando giunse il momento di scegliere una facoltà universitaria, la famiglia voleva che egli studiasse agrotecnica e si occupasse di alberi, come avevano sempre fatto i suoi. Sebbene amasse gli alberi, Jean-Claude rinunciò a questa professione. Decise di studiare medicina: diventare medico gli consentiva un’ascesa sociale che desiderava moltissimo.

A questo punto avvenne la menzogna definitiva, che determinò la sua futura esistenza. Non andò all’esame di medicina: ma annunciò ai suoi che era stato promosso, e ammesso al terzo anno.

La Rete di Bugie si Infittisce

Le menzogne si moltiplicarono: continuò a non presentarsi agli esami, non frequentò i reparti ospedalieri, non aprì uno studio medico; ma raccontò alla fidanzata e alla famiglia di aver vinto il concorso per diventare medico ospedaliero a Parigi, di essere stato assunto come ricercatore all’Inserm di Lione, e poi distaccato presso l’OMS di Ginevra come responsabile di un gruppo di ricerca.

Inventò una storia d’altro genere: raccontò all’amico Luc di avere un cancro - un cancro dallo sviluppo lento -; gli amici più intimi sapevano che viveva portandosi dentro una bomba ad orologeria, che prima o poi lo avrebbe devastato, ma che per il momento dormiva in fondo alle sue cellule.

Forse avrebbe preferito essere malato di cancro piuttosto che di menzogna - perché anche la menzogna era una malattia, con la sua eziologia, i rischi di metastasi, la prognosi riservata.

La menzogna lo obbligò a condurre una vita immaginaria: doveva occupare il tempo del lavoro e trovare una fonte di guadagni. Così la mattina accompagnava i figli a scuola, dove scambiava qualche parola con le insegnanti e le madri degli altri scolari, che ammiravano la sua devozione di padre. Poi andava a Ginevra: comprava un fascio di giornali e li leggeva in macchina o in un bar sempre diverso; a pranzo mangiava un panino, e camminava per i boschi, che amava moltissimo. Oppure diceva di far viaggi, per congressi, seminari e convegni: mentre si chiudeva in un albergo di Ginevra, in camera da letto, e di lì telefonava a casa, raccontando che tempo faceva a Tokyo o a San Paolo. Quanto allo stipendio, aveva trovato modo di truffare i genitori, i parenti, un’amante.

Non sappiamo cosa provasse, davanti a queste bugie. Certo, non un senso di appagamento o un’euforia beffarda all’idea di riuscire ad ingannare tutti in modo così magistrale. Provava angoscia? O immaginava in che modo sarebbe finalmente esplosa la verità? O non provava assolutamente nulla, trasformato in un automa capace di leggere, di camminare e di parlare agli esseri umani?

Fotogramma da “L'Adversaire” (Nicole Garcia, Suisse 2002)

Il Crollo e la Tragedia

L’ultimo anno di libertà trascorse sotto una pesante minaccia. Ogni volta che incrociava qualcuno, che qualcuno gli rivolgeva la parola, o a casa il telefono squillava, l’angoscia gli stringeva lo stomaco: forse l’ora era scoccata, il suo imbroglio stava per essere scoperto. Il pericolo poteva arrivare da qualunque parte: il più banale avvenimento della vita quotidiana poteva dare il via a un finale catastrofico, che nulla sarebbe stato in grado di fermare. Più il colpo tardava, più diventava disperatamente inevitabile.

Si sentiva stanco, spossato. Si addormentava sul divano, o in auto a qualsiasi ora. Gli ronzavano le orecchie, come se fosse stato in fondo al mare. Gli faceva male il cervello: avrebbe voluto estrarlo dal cranio e dargli una lavata.

Sapeva che la sua vita era marcia dentro, e che niente, né un attimo, né un gesto, e neppure il sonno, poteva sfuggire a quel marciume. Gli era cresciuto dentro, e a poco a poco aveva divorato tutto dall’interno, senza che dal di fuori si vedesse niente.

Infine, il colpo esplose. L’amante gli aveva dato una grossa somma da investire: un giorno la volle avere indietro: lui l’aveva spesa completamente, e non gli restava nulla da restituire.

Si comportò come il re di una partita a scacchi minacciato su tutti i fronti, al quale rimaneva una sola casella libera. Si impegnò. Avrebbe restituito il danaro il 9 gennaio 1993; e invitò l’amante a cena per quella sera.

Fin dall’inizio, aveva immaginato che la conclusione logica della sua storia sarebbe stata il suicidio; e sino alla fine, lesse libri sul suicidio, e il dizionario dei farmaci, immaginando di iniettarsi una dose mortale di veleno. Quasi senza saperlo e senza dirselo, optò alla fine per il massacro.

Così, il giorno destinato, uccise la moglie con un mattarello, cancellando l’omicidio dalla memoria: rimase qualche tempo davanti alla televisione con i due figli: li coccolò, sussurrò loro parole affettuose: li assassinò con la carabina: pranzò con il padre e la madre, che abitavano in un’altra casa, uccise entrambi, li avvolse in un copriletto; e uccise il cane che adorava, avvolgendolo poi in una trapunta azzurra.

Giocò con il telecomando, registrando frammenti di trasmissioni diffusi da decine di canali: probabilmente cancellò alcuni amplessi con la moglie, che aveva registrato su una cassetta.

Era il momento di morire. Lui rinviò, sempre di nuovo, quel momento. Aspettò le tre di mattina per versare delle taniche di benzina, cominciando dalla soffitta e spargendo la benzina sui bambini, la moglie e le scale.

Dopo il Massacro

Quando gli psichiatri lo interrogarono, rimasero sorpresi dalla precisione con cui Jean-Claude Romand si esprimeva; e sopratutto dalla costante preoccupazione di dare di sé un’immagine positiva. Aveva un contegno calmo, ponderato: un’attenzione quasi ossequiosa verso le domande dei suoi interlocutori. Durante i colloqui successivi, lo videro singhiozzare e mostrare segni palesi di sofferenza: ma non furono in grado di dire se fosse sincero o simulasse.

Poi Romand attraversò una fase religiosa: pregava: meditava: esaltava il Natale e l’incarnazione di Cristo: diceva di scrivere «in comunione» con la moglie e i figli che aveva ammazzato; sostenendo che il suo De Profundis si trasformava in Magnificat e tutto attorno a lui diventava luce.

Credeva o non credeva alle sue menzogne e alle sue immaginazioni? Mentiva sempre? Qualche volta sembrava che Jean-Claude Romand non recitasse, ma sentisse intimamente la tragedia che attraversava, e la soffrisse in tutti i suoi momenti.

Esisteva dunque un vero dottor Romand, sepolto sotto l’angoscia e il marciume della menzogna? Tutto era incerto.

La storia di Jean-Claude Romand solleva interrogativi profondi sulla natura della menzogna, sulla fragilità dell'identità e sulle conseguenze devastanti che possono derivare da una vita costruita sull'inganno.

JEAN-CLAUDE ROMAND: QUANDO LE BUGIE UCClDONO

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