I libri di Danilo Dolci: un riassunto delle sue opere principali

Danilo Dolci (1924-1997) è stato uno dei più significativi testimoni civili nella storia del Novecento italiano. Fu punto di riferimento per un largo moto di opinione pubblica, anche internazionale, intorno alle condizioni di arretratezza della Sicilia e del sud d'Italia, subendo per la sua attività di denuncia e agitazione sociale numerosi processi. Dopo aver partecipato all'esperienza comunitaria di Nomadelfia, promosse a Trappeto e Partinico, in provincia di Palermo, una intensissima e poliedrica attività di sociologo militante: di inchiesta sulle condizioni di vita dei poveri e dei diseredati di quei comuni della Sicilia, di alfabetizzazione civile, di organizzazione di digiuni e di scioperi "al contrario", di sensibilizzazione itinerante.

Questo articolo esplora alcune delle sue opere più importanti, offrendo un riassunto dei temi chiave e delle idee centrali che hanno guidato il suo impegno sociale e civile.

Palpitare di nessi: la poesia come strumento di connessione umana

Nel saggio e libro di annotazioni poetiche e rime e brevi composizioni, Palpitare di nessi, Dolci raccoglie appunti e annotazioni che spaziano attorno ai molteplici “perché” relativi al significato di una relazione, la “relazione”, e in senso assoluto del grande ideale utopico della comunicazione interattiva, riguardante l’ideale esistenziale dell’interrelazione, perché il senso e il significato della vita è comunicare e creare. Infatti, il poeta discerne l’esistenza, la vita di ogni persona come una pietra di inciampo che scandisce il presente, ma anche il passato e il futuro e l’immediato istante di relazioni che si intersecano di istinti palpitanti di poesia vibrante e istanti subitanei, frementi, in Palpitare di nessi, interconnessioni vitali nei silenzi e nelle pause di un infinito vagare di pensieri proteiformi e metamorfici e maieutici.

Dolci lascia un testamento di molti anni di impegno in ambito civile e sociale e educativo con l’esperienza di molteplici laboratori maieutici. Tra pause e silenzi che conducono all’ascolto dei respiri “ciascuno cresce solo se sognato“ con il moto delle nuvole vaganti e il pulsare incessante del mare; tra le grida dei bambini festosi e il volo potente e irregolare dei gabbiani. Il pensiero spazia nelle più diverse e complicate implicazioni dalla famiglia alla scuola a tutti gli agglomerati sociali fino all’ONU che deve permettere e favorire e costruire la pace assolutamente nel mondo. E inoltre “ostacolare la creatività è un aspetto della violenza” come afferma l’autore sul retro del saggio poetico. Per salvarsi dal baratro di un’epoca, di una storia, di una vita.

Si deve a Giusy Giani e Giordano Bruschi, illuminati e instancabili militanti politici e sociali genovesi, se questi scritti giungono a noi. Mentre l'acqua diventa tema cruciale per il governo del mondo, bene simbolico che evoca in forma radicale l'eterna lotta tra interesse pubblico e interessi privati, vengono alla luce questi scritti di Danilo Dolci su acqua e potere. Scritti inquieti, profetici, che tradiscono tutta la concreta esperienza vissuta dal "sociologo della disobbedienza" nella Sicilia del secondo dopoguerra, la sua profonda consapevolezza di quanto l'acqua, risorsa vitale, possa diventare oggetto e strumento di strategie di potere, origine di disuguaglianze intollerabili e di manipolazioni violente dell'ordine sociale.

Poema umano: un'esperienza di vita tradotta in versi

Poema umano, raccolta poetica di Danilo Dolci, sociologo, attivista, poeta e saggista, esce per la prima volta nel 1974, in un momento particolare per la vita del suo autore. In quest’opera l’esperienza del Borgo di Dio è impostata attraverso il discorso poetico. Gli ingredienti della vita a Trappeto e Partinico ci sono tutti, sono gli stessi che ritroviamo in opere quali la spiazzante Banditi a Partinico (1955).

I protagonisti di Poema umano sono spesso gli stessi di Banditi, persone ai margini della società senza una voce, senza una lingua socializzabile per ottenere un riconoscimento politico, una dignità di cittadini. Nel Poema troviamo ancora le difficoltà e le criticità del borgo marinaro distrutto dalla pesca illegale di neonata che devasta l’ambiente e toglie il lavoro ai poveri pescatori. L’opera di traduzione (non solo e non tanto linguistica) - lavoro delicato, sottile - già attiva in Banditi a Partinico è qui ancora più raffinata e insieme spontanea: Dolci alterna la propria voce al racconto in prima persona degli abitanti di Trappeto, Partinico - e non solo, in quanto molti giungevano da paesi vicini al Borgo di Dio per chiedere aiuto.

Da qui sorge spontanea la scelta di Poema umano come titolo: perché raccoglie le esperienze di tutti, anche di Danilo. Le mette in comune, le confonde in nome di un’universalità forse laica forse cristiana, un’universalità non violenta che segue e protegge la natura e, anzi, con essa vive simbioticamente. In base a tutte queste considerazioni, ho fatto delle valutazioni sull’opera, la quale riflette in larga parte il lavoro poetico e quello letterario in generale di Danilo - mai diviso da quello pratico, un tema cardine del Poema, spunto e oggetto di lunghe riflessioni dai toni spesso mistici e/o sapienziali.

Questi temi sono appunto comuni alla produzione letteraria e all’impegno sociale, civile e politico di Dolci, e sono in gran parte condivisi anche da alcuni altri importanti scrittori, saggisti, antropologi, critici e filosofi del tempo autori di opere legate alla questione meridionale come Carlo Levi, Ernesto De Martino, Pierpaolo Pasolini, Leonardo Sciascia e molti altri.

Dolci non giudica e non cerca nemmeno di indirizzare, di manipolare i partinicesi (partinicoti) ma cerca ogni volta di tirare le somme e trovare qualcosa che migliori il dialogo per lo stare comune. A libro chiuso e pensando a quanto ha fatto e a come l’ha fatto viene facile scomodare Socrate e il suo metodo: quello di Dolci è meno diretto e più aperto rispetto al filosofo greco, in cui l’obiettivo non è la ricerca della verità assoluta ma della verità per il bene collettivo, quella che permette di far stare bene ogni persona.

Fondamentale per capire il libro è la Premessa (datata marzo 1962) che Danilo Dolci pone all’inizio del libro: è una riflessione metodologica su come si sono svolte le conversazioni e quali siano stati gli obiettivi della ricerca. Certo, non voglio dire che il mettere insieme alla base la gente a pensare, sia pure anche per operare, sia sufficiente di per sé a provocare uno sviluppo armonico.

L'impegno per la pace e la nonviolenza

Parlare di pace e impegnarsi ad educare ad essa le generazioni, è sempre stato un impegno intellettuale significativo e ricorrente nell’opera di grandi educatori nel XX secolo e non solo in Occidente. Pensiamo primo fra tutti al Mahatma Gandhi.

Capitini, Piaget, Montessori, Freinet, Rodari, Dolci, Milani, Galtung, Adorno, sono solo alcuni fra i tanti di cui fare menzione. E molto nel pensiero educativo del secolo da poco trascorso, è stato il posto per una riflessione e un impegno senza se e senza ma per la pace e la non violenza.

Le posizioni plurali, di spessore, profetiche di alcuni testimoni di cui parleremo nella presente ricerca, dedicata in chiave monografica al tema dell’educazione alla pace nel pensiero di Danilo Dolci, hanno contribuito a preparare la strada ad una coscienza più diffusa della pace e dei metodi della nonviolenza negli anni della ricostruzione del nostro Paese dopo la Seconda Guerra Mondiale.

Anche a livello internazionale si è lavorato con impegno di riflessione, e di esperienze variegate all’educazione alla pace, al concetto stesso di pace e di gestione dei conflitti.

Si è pertanto passati nel tempo da un’idea che, creando una sorta di contrapposizione fra pace e conflitto, vedeva la guerra come una forma di completamento del conflitto, ad una posizione che, al contrario, vede la pace come la capacità di risoluzione piena del conflitto, diventando, così, concretamente operativa e strumento di apprendimento per le nuove ge-nerazioni.

Ma l’educazione alla pace oggi, mentre ci addentriamo nel terzo millennio e il mondo è ancora insidiato dalla violenza e da guerre a causa d’interessi, logica di profitto a tutti i costi, cecità ed irresponsabilità di uomini folli per il potere, con l’insidia mortale dei fondamentalismi su vari fronti, come và acutizzandosi proprio in questi giorni, è ancor più urgente e indispensabile.

Un serio progetto di educazione alla pace, in concreto nell’area del mondo occidentale in cui viviamo, nasce e viene sviluppato in base all’esigenza di educare al rispetto della persona umana ed al senso di responsabilità.

Tale intento, richiede il coinvolgimento di tutte le componenti educative (del mondo politico, sociale, del lavoro e dello sviluppo, famiglia, scuola, associazioni, media, compreso l’uso corretto di internet) per una crescita della cultura alla pace come educazione all’evitare i conflitti e alla resistenza.

Per educazione all’evitare i conflitti, s’intende il porre in discussione tutto ciò che conduce al conformismo, alla complicità, all’obbedienza senza intelligenza, alla passività, aprendo un confronto critico e consapevole e proponendo alternative creative ed umanizzanti.

Per educazione alla resistenza, s’intende inoltre l’offerta di strumenti per opporsi coscientemente alla violenza sviluppando senso di indipendenza ed autonomia, ma anche spirito di collaborazione e di costruzione dando rilevanza ai rapporti che si instaurano nelle comunità; rapporti basati sulla correttezza, collaborazione, trasparenza, che rimandano alla conflittualità e alla resistenza di fronte a tutti i fenomeni di criminalità e sopraffazione.

Gli insegnanti e la scuola in particolare possono offrire alle famiglie, assieme al percorso educativo, un nuovo tipo di rapporto e un approccio che stimoli l’educazione alla legalità e alla pace.

Parlare di educazione alla pace non vuol dire “pace come assenza di conflitti”, ma significa scegliere e sviluppare idee e progetti per poter gestire e vivere il conflitto che diventa così occasione di crescita e di apprendimento.

Con la parola guerra si parla di violenza e di aspetto distruttivo e quindi il danno è irreversibile; invece nel confitto vediamo un elemento che nonostante la sofferenza, il disagio e la difficoltà presenta caratteristiche di reversibilità e quindi di risoluzione.

Il senso comune in realtà porta spesso a pensare che evitare il conflitto è sempre meglio, perché comunque è dal conflitto che nasce la violenza e la guerra.

La gestione del conflitto con altri mezzi, rappresenta l’antidoto naturale alla violenza e alla guerra ed è su questo versante che si può quindi operare una profonda sensibilizzazione.

Il conflitto non è altro che una radiografia di ciò che ognuno vive. Per questo il conflitto appartiene a chi lo vive e diventa un’occasione per capire meglio se stessi, per trovare delle risorse dentro di sé, per sviluppare le proprie capacità di darsi delle risposte e quindi delle convivenze possibili, che oggi rappresentano la vera sfida delle società e delle culture.

Le nuove generazioni, faccio esperienza nella mia, sono a volte prigioniere dell’individualismo, catturate da pseudo valori o miraggi di mondi inesistenti (pubblicità, internet), per cui la frustrazione e la difficoltà delle relazioni appaiono come momenti da allontanare e da evitare e allora è proprio il conflitto che può diventare un benefico luogo di crescita.

Saper stare nel conflitto

Vuol dire anzitutto saper vivere le proprie emozioni dentro il conflitto, capirle, dialogarci, osservarle e ovviamente tentare di risolvere. La pura e semplice rabbia se non controllata dal ragionamento non dice nulla rispetto alla gestione del conflitto, anzi può portare a conseguenze estreme e a volte è un vicolo cieco. C’è bisogno di decantazione e di distanziamento dai problemi per poi tentare una o più soluzioni.

La maieutica come strumento di cambiamento

Considerando la costante corrispondenza e anzi identificazione che nell’opera e nella vita di Dolci ebbero sempre impegno e studio, scrittura e azione, viene spontaneo chiedersi come il sociologo triestino volle promuovere i suddetti valori in risposta a una società sempre più consumista. Non è fuori luogo domandarselo in relazione a Poema umano proprio perché, come abbiamo ribadito più volte, quest’opera si pone in linea con il resto della produzione letteraria e con l’impegno dell’intera vita di Dolci quale sociologo e attivista.

La risposta viene innanzitutto dall’importanza data all’istruzione e all’educazione, due aspetti dello sviluppo e della crescita personale che anche nella raccolta poetica emergono fortissimi. E nella raccolta poetica, così come in Banditi a Partinico e in altre opere come Conversazioni contadine (1966), ma soprattutto nella vita quotidiana della comunità del Borgo di Dio, il metodo principale per portare avanti questo sviluppo e obiettivo è quello maieutico, di cui Dolci è inventore e per il quale è noto in tutto il mondo.

É proprio in Poema umano, d’altra parte, che è contenuto il celebre verso «ciascuno cresce solo se sognato»

Per Danilo lo strumento letterario è sempre un mezzo per ottenere un cambiamento efficace e duraturo nella vita materiale, è una piattaforma autentica per esprimere, condividere e rispondere alle esigenze di una comunità ritenuta subalterna. Come spesso si legge nelle liriche, il fare letteratura e il fare attivismo si confondono attraverso le riunioni del Borgo, l’istruzione, il lavoro fisico e soprattutto il metodo maieutico.

Ciò che interessa a Danilo è permettere alla vita di coloro che hanno sempre fatto parte di un mondo scevro di letteratura di rientrare in una possibilità espressiva che in parte coincide con la produzione saggistica e poetica dello stesso Dolci. E qui ritorniamo al valore combinato dell’autorialità e della testimonianza perché - atte...

Germano Bonora e Il lessico di Danilo Dolci

L’incontro con Padre Giacomo Selvi, morto in concetto di santità nel 1987, a soli 49 anni, ha segnato una svolta anche nell’attività di scrittore. Al sacerdote francescano ha dedicato alcuni libri di successo, ora raccolti nel volume “Grazie, Padre Giacomo! Ha collaborato con Danilo Dolci dal 1980 alla morte, dedicandogli tre libri: “DANILO DOLCI - testimonianze di ieri e di oggi” (Qualecultura - Kurumuny, Vibo V.

TitoloAutoreGenereFormato (mm.)Pag.
Il lessico di Danilo DolciGermano BonoraSaggistica202 x 130[Numero di pagine non specificato]

tags: #libri #di #danilo #dolci