Il mondo del cibo italiano è ricco di storie affascinanti e sapori unici. Tra queste, spicca la storia del "San Felice sul Panino", un'espressione gastronomica che affonda le radici nella tradizione e nella cultura popolare. Questo articolo esplora le diverse sfaccettature di questa eccellenza italiana, dai suoi umili inizi fino al suo riconoscimento come simbolo di gusto e convivialità.

Il Salame di San Felice: Re del Mercato de La Bonissima
Il salame di San Felice è stato eletto il "Re del Mercato de La Bonissima", il festival del gusto che ha portato le eccellenze dell'alimentare modenese in Piazza Grande. Questo riconoscimento sottolinea l'importanza e la qualità di questo prodotto, frutto di sapienza, tradizione e sacrificio.
Intervenendo sul palco de La Bonissima, ogni premiato ha voluto raccontare la storia e la passione che si celano dietro il proprio grande prodotto. Tanta la soddisfazione dei produttori, con molti stand che hanno finito per vendere tutta la merce portata in Piazza Grande.
Un'edizione, quella conclusasi da poco, che ha visto uno straordinario afflusso di persone, attratte sia dalla possibilità di acquistare prodotti unici, di cui molti anche rari da trovare altrove, sia dalla moltitudine di eventi collaterali che hanno impreziosito la manifestazione. Il mercato de La Bonissima è stato letteralmente preso d'assalto dai visitatori, che hanno dimostrato di apprezzare gli eccellenti prodotti in esposizione.
Sono state consegnate anche le menzioni speciali, che quest'anno sono andate a prodotti incredibili per gusto e produzione, impossibili da trovare nelle catene della grande distribuzione: il Parmigiano Reggiano stagionato 60 mesi della Latteria del Monte Cimone con mirtilli neri selvatici e mostarda con aceto balsamico, e la pralina con olio extravergine di oliva e cuore di sale di Marisa Tognarelli; la menzione specialissima è andata invece al Salumificio Guerzoni di Maranello, per il proprio prosciutto crudo di 18 mesi.
La Storia di Pepén: Un'Icona Parmigiana
A Parma, il nome "Pepén" evoca ricordi di sapori autentici e convivialità. La storia di Pepén è una favola parmigiana, iniziata con un semplice panino con salame.
Per i parmigiani, a partire dalla fine degli anni Quaranta, l’ombelico del mondo, oltre piazza Garibaldi, fu proprio «Pepén» dove tutta Parma si dava appuntamento per il panino e il bianchino fresco. Un localino di pochi metri quadrati dove due angeli dei fornelli, Pepén e la moglie Lidia, gran facitori di cucineria parmigiana, dispensavano infarciti di rara bontà col salame, col crudo, con il cotto, con il «caval pisst» ed un’inarrivabile maionese e poi quella stupenda carciofa che, anche in pieno inverno, lasciava in bocca il gusto della primavera.
Parmigiani giovani, giovanissimi ed anziani non mancavano di varcare la sacra soglia dov'era tutto un brulicare di gusto. I ragazzini che, negli anni Sessanta, marinavano la scuola, prima ancora di rinchiudersi da Peppino, in piazza Garibaldi, per una partita di boccette, sostavano da «Pepén» e, a mò di piranha, divoravano quello che era in bella vista per poi denunciare sfrontatamente alla cassa la metà della metà di quello che avevano trangugiato.
Pepén Clerici nacque da una famiglia poverissima in una vecchia casa di Volta Antini nel cuore della città antica. Mentre i fratelli Italo e Giulio calcano le scene dei teatri cittadini rappresentando con la loro compagnia alcune piece dialettali davvero divertenti, Pepén, dopo la Liberazione e dopo avere servito la Patria combattendo sul fronte balcanico, rileva un piccolo bar di borgo Sant'Ambrogio, gestito dalla sorella Emilia, con i soldi prestati da una zia ambulante di casalinghi.
L’idea di Pepén era creare un locale che a Parma non esisteva nemmeno nel libro dei sogni. E fu un trionfo. Negli anni Cinquanta-Sessanta, «Pepén», diventa il locale di fiducia delle famiglie di Parma per pranzi, ricevimenti, battesimi e nozze. Così senza allargare il locale, Pepén allargava il suo menù e la lista dei vini di tutte le parti del mondo, perfino australiani e africani, che tappezzavano le vecchie pareti di legno.
Poi ancora una raffica di dispiaceri con la morte dei fratelli scomparsi uno dopo l’altro: Italo che aveva fatto da padre alla numerosa famiglia, Giulio (entrambi attori dialettali nella compagnia del grande Alberto Montacchini), Dardine (Dinén), Dario. Pepén, in quel particolare frangente della sua vita, fu preso da grande sconforto e, nonostante la vicinanza di una moglie straordinaria, nel 1962, come un «re» abdicò a favore del suo allievo Gino Ferrari, che, per anni, portò avanti con capacità e simpatia tutta «pramzana» l’arte del panino consacrata dalla parmigianità più vera incarnata da un uno dei suoi più autentici rappresentanti nonché habitué del locale: il conte Lodovico del casato di «Sifolòn».
Il monarca di Borgo Sant’Ambrogio aveva quindi deciso di abbandonare il trono per salire su di un altro, a Leivi, nell’amico golfo del Tigullio, dove un Pepén ritrovato rispolverò il suo estro e la sua passione e diede vita ad un altro tempio gastronomico meta di innumerevoli personaggi che in quella cattedrale del gusto parmigiano rilasciarono dichiarazioni, attestati, dediche. Ed anche Leivi, come borgo Sant’Ambrogio, si trasformò in un trionfo più volte cantato anche dall’inarrivabile Gigén Vicini, il poeta del cuore parmigiano.
Oltre Vicini, numerosi aedi cantarono Pepèn e la Lidia: da Giovannino Guareschi che personalizzò per il suo amico di borgo Sant'Ambrogio una cartolina pasquale quando lo scrittore era rinchiuso nel carcere di San Francesco, a Pier Maria Paoletti, Egisto Corradi, Bruno Raschi, Pier Boselli e a tanti altri virtuosi della penna. Ma fu l’indimenticato direttore della Gazzetta di Parma Baldassarre Molossi che vergò il più bell'elzeviro dedicato all’amico Pepén.
Un Ricordo di Baldassarre Molossi
Era il 1977 e Sarre scriveva: «…la piazza di una volta era il luogo d’incontro della borghesia. Noi ragazzi non ci andavamo. Ci davamo appuntamento sotto l’orologio del tram (l’ «arlój picén», ndr) che era al limite della piazza che conta e ci ritrovavamo da “Pepén” in borgo Sant'Ambrogio dove, nello spazio di pochi metri quadrati, trovavamo il sorriso e l’amabilità del titolare e della signora Lidia che allietavano il nostro mangiare e bere in fretta. Ma che bello, caro Pepén, quando a mezzanotte tiravi giù i battenti della tua bottega e accoglievi noi giovani cronisti della Gazzetta pieni di speranze e di illusioni, per uno spuntino che, se poi si concludeva a casa tua, diventava un’epica cena pantagruelica».
Parole che si tramutano in musica. Una musica che diventa melodia forse troppo lontana di cui i «sopravvissuti» avvertono un’eco lontana, ma pur sempre in grado di suscitare forti emozioni.
La Cucina Pontina: Un Mosaico di Sapori
La provincia di Latina, con il suo litorale affascinante, offre un'ampia varietà di piatti tipici che combinano ingredienti di terra e di mare. La cucina pontina è un vero e proprio mosaico di sapori, con prodotti d'eccellenza provenienti dall'agro pontino.
Tra le specialità locali, spiccano le zucchine alla sanfeliciana, tipiche della zona di San Felice Circeo. Gli ingredienti principali naturalmente sono le zucchine fresche prodotte in zona, tagliate a rondelle, salate e lasciate a scolare sotto un peso. Vengono poi sistemate su una teglia e completamente ricoperte con una preparazione a base di parmingiano, farina, pangrattato, prezzemolo, sale e pepe. Alla fine della cottura in forno, sulle zucchine si forma una crosticina saporita e invitante.
Un altro piatto imperdibile è la Tiella di Gaeta, una torta salata farcita con un delizioso ripieno. Per prepararla vengono realizzate due sfoglie con un impasto simile a quello della pizza, tra le quali viene inserita la farcitura. Tra le farciture più apprezzate c’è infatti il ripieno di polpo e olive, ma troviamo anche le versioni con baccalà o acciughe e olive. Per le versioni “di terra”, imperdibile il ripieno con scarola e olive ma anche quello con le cipolle.
Non si può dimenticare la Bazzoffia, una zuppa di verdure e legumi, e la Falia, una focaccia schiacciata dalla forma allungata, segnata da incisioni in superficie.
Alici e sarde sono due tipicità della tradizione gastronomica pontina, soprattutto nella zona di Sperlonga. Possono essere consumate in mille modi diversi, tutti gustosi e stuzzicanti. Per esempio infarinate e fritte, oppure marinate con olio, limone, aglio e prezzemolo (o con aceto, uvetta e alloro). Uno dei piatti tipici davvero imperdibili del litorale pontino - e di Sperlonga in particolare - è il tortino di alici. In questo piatto bello anche a vedersi, le alici fanno da “scrigno” che custodisce al suo interno un tesoro gustoso. Si tratta di un ripieno fatto di strati dove le alici si alternano a fette di papate bollite e di pomodori freschi.
Tabella dei Prodotti Tipici della Cucina Pontina
| Prodotto | Zona di Produzione |
|---|---|
| Olive di Gaeta | Gaeta |
| Carciofo di Sezze | Sezze |
| Visciole di Sezze | Sezze |
| Fragole Favette di Terracina | Terracina |
| Pinoli del Litorale Laziale | Litorale Laziale |
| Prosciutto e Coppiette di Bassiano | Bassiano |
| Mozzarella di Bufala Pontina | Agro Pontino |
| Cori Rosso | Cori |
| Circeo | Circeo |
| Moscato di Terracina | Terracina |
I Panini Benedetti di San Nicola: Un Segno di Devozione
I "panini benedetti" sono un segno particolare della devozione a san Nicola, legati ad un episodio della sua vita. La Chiesa ha approvato l’istituzione e l’uso dei Panini, prescrivendo un rito speciale per la loro benedizione, analogo a quello della benedizione delle palme, ma riservato all’Ordine Agostiniano.

I Bollandisti, nell’opera “Acta Sanctorum” intitolano così i quattro lunghi capitoli che dedicano alla narrazione di una serie di prodigi ottenuti con i Panini: “L’antico uso di benedire i pani in onore di S. Nicola approvato da Dio con miracoli”. In essi vengono ricordate malattie, incendi, tempeste, epidemie.
I panini di san Nicola sono confezionati presso il Santuario con farina di grano ed acqua, senza lievito, cotti al forno. Sono un segno sacramentale della Chiesa, come lo è per esempio l’acqua santa, ed operano grazie nella nostra vita in misura della fede nel Signore.
Prima di mangiare i panini, si reciti la preghiera a san Nicola, per confidare nel Signore ed accettare la sua volontà di salvezza. La richiesta di grazie va unita all’impegno a progredire in un autentico cammino di fede, speranza e carità, verso Dio e i fratelli.
San Felice sul Panaro: Tra Tradizione e Curiosità
San Felice sul Panaro, un paese con una storia ricca, si ritrova al centro di curiose vicende. Recentemente, un film pornografico ha lanciato il nome della cittadina nel panorama hard, suscitando curiosità e discussioni tra i suoi abitanti.
La storia, si fa per dire, è quella di una fornaia che mescola forme e dimensioni del prodotto che commercia con le prestazioni di carattere sessuale delle quali diviene protagonista con altri del paese. E così si scopre che dalla rete il film si può noleggiare, si può acquistare, si può scaricare in… alta definizione. Pagando.
Ufficialmente gli attori risultano essere Rossella Falco, Carolina La Panettiera, Valentina Segretaria, Alex Magni, Stecco Ducale. Nomi … d’arte, si dovrebbe dire. Ma nello scava che ti scava dei curiosi sanfeliciani, spunta un volto. E spuntano le immagini e le foto di una conosciuta sanfeliciana, dalla vita apparentemente normale.
Dall'antica Roma al conte di Sandwich: le origini del panino
Il "Cuggne" Barese: Un Pezzo di Storia Gastronomica
A Bari, il "cuggne" è un pezzo di pane imbottito di mmìscke, provolone e mortadella (o prosciutto) che, tagliati a tocchetti grossolani (detto “alla barese”), a mo’ di “cuneo”, vanno a riempire lo stomaco vuoto. U cuggne è fatto per gente forte dalla macina robusta adusata al “rifornimento volante”, alla frugalità. Esso ha tutte le caratteristiche della gente che “fatica” e vi si ricorre come il naufrago al salvagente e in momenti di emergenza.
La Famiglia Panini: Un'Avventura Imprenditoriale Italiana
La storia della famiglia Panini è un'avventura imprenditoriale iniziata nel 1944 con l'acquisto di una storica edicola a Modena. Il racconto si snoda tra i primi Anni 40 fino al 1970, anno degli storici mondiali del Messico, che segna la svolta internazionale del celebre marchio. “Andiamo a vedere!” è il motto che Olga insegnerà ai suoi figli e che rappresenta la fiducia nel futuro e la capacità di accogliere sfide apparentemente impossibili.
San Felice da Nicosia: Un Santo Cappuccino
La storia di San Felice da Nicosia, nato Filippo Giacomo, è un esempio di fede e dedizione. Per ben sette anni chiese di essere ammesso fra i frati cappuccini di Nicosia, ma veniva sempre rifiutato perché analfabeta.
Dopo un anno tornò a Nicosia, dove si dedicò alla questua, visitava sia le case dei ricchi per invitarli a condividere i loro beni, sia quelle dei poveri per dare loro conforto materiale e spirituale. Si dedicò anche alla cura degli infermi, sia nel corpo che nello spirito, ottenendo spesso per essi guarigioni miracolose.